Un’etichetta obbligatoria che stabilisca l’impatto ambientale
degli alimenti. Rilanciamo una proposta importante per favorire
scelte consapevoli nel nostro sistema alimentare che minaccia
l‘estinzione di 10.000 specie, emette circa il 30% dei gas serra e
guida l’80% del nostro inquinamento da azoto e fosforo

La sicurezza alimentare è: “la garanzia che un alimento non causerà danno dopo che è stato preparato e/o consumato secondo l’uso a cui esso è destinato”, secondo la definizione che si ricava dalle norme adottate dalla Commissione del Codex Alimentarius. (organismo fondato nel 1963 dalla FAO e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS). La garanzia che gli alimenti non causino danni diretti alla salute (anche letali) può derivare solo da una serie di misure di prevenzione e di controllo dei rischi che si attuano con pratiche adeguate di produzione, conservazione e manipolazione.

Ma vi sono anche danni indiretti legati ai consumi alimentari. Intendo riferirmi al rapporto alimentazione/ambiente perché, secondo numerosi studi, i “sistemi alimentari” (“food systems”, cioè l’intera filiera del cibo: coltivazione e allevamento, raccolto, mietitura e lavorazione, imballaggio e trasporto fino al consumo e smaltimento dei rifiuti) sono responsabili di una percentuale rilevante sul totale globale delle emissioni antropogeniche di gas serra (circa il 30%, per il Gruppo Consultivo per la Ricerca Internazionale sull’Agricoltura CGIAR). Secondo una ricerca pubblicata nel 2018 da Science (“Ridurre l’impatto ambientale del cibo attraverso produttori e consumatori”, qui), il totale delle emissioni prodotte, viene così suddiviso:

31% per l’allevamento del bestiame (30% delle emissioni globali di metano (CH4), In particolare, per la produzione di carne) e la pesca (1%);
27% per le produzioni agricole destinate all’alimentazione animale (6%) e umana (21%), un particolare riferimento è all’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici che, oltre ad essere estremamente dannosi per le api, rappresentano la fonte primaria di emissioni antropogeniche di protossido d’azoto (N2O), un gas serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica, aumentato rispetto ai livelli preindustriali del 20%;
24% per l’utilizzo del suolo per la produzione alimentare destinata al bestiame (16%) e di cibo (8%);
18% per la catena di distribuzione, composta dal trasporto (6%), dal packaging (5%), dalla lavorazione alimentare (4%) e dalla vendita al dettaglio (3%).

Le soluzioni, per la sicurezza alimentare e la tutela ambientale, sono tutte note: dalla progressiva riduzione degli allevamenti intensivi, alla totale abolizione di pesticidi e fertilizzanti chimici; da una profonda riconversione della produzione agricola, alla riduzione del consumo del suolo; da imballaggi senza plastica e a base di materiali ecosostenibili alla introduzione di processi di produzione/trasformazione che escludano il ricorso agli additivi per   colorare, dolcificare o conservare. Per far bene al pianeta e far bene alla nostra salute.

E poi c’è tutto il doloroso capitolo dello spreco alimentare visto che, mentre interi continenti soffrono la fame, noi produciamo molto più cibo rispetto a quanto ne servirebbe per sfamare l’intera popolazione mondiale, evidentemente sprecandolo in grande quantità (un terzo della produzione mondiale). Oltre gli evidenti e preponderanti risvolti di carattere sociale e umanitario, questa situazione aggrava anche il sistema climatico globale. Secondo il WWF (“Fight climate change by preventing food waste”, qui), smettere di sprecare cibo significherebbe ridurre le emissioni derivanti dai sistemi alimentari di circa l’11%.

Ma la governance politica è ancora troppo cauta quando si tratta di sollecitare forme di consumo consapevole in ambito alimentare, specie di fronte alle pressioni di un apparato finanziario palese e occulto. Pochi anni fa, Joseph Poore (professore del Dipartimento di Biologia, all’Università di Oxford e Direttore del programma Oxford Martin sull’analisi della sostenibilità alimentare) si domandava (in The Guardian del 10 ottobre 2018, qui): “Etichettiamo i frigoriferi per mostrare il loro impatto ambientale, perché non il cibo?” e proseguiva “Se acquisti una lavatrice, un frigorifero o un televisore in Europa, viene fornita con un adesivo. Grazie a una direttiva UE del 1992, tutti gli apparecchi devono essere etichettati con la loro efficienza energetica. Allora perché il nostro sistema alimentare – che minaccia l’estinzione di 10.000 specie, emette circa il 30% dei gas serra e guida l’80% del nostro inquinamento da azoto e fosforo – ha sempre e solo etichette ecologiche volontarie?”.

La proposta, che mi sento di condividere e rilanciare qui, è di un’etichetta obbligatoria che stabilisca l’impatto ambientale degli alimenti. Ciò, secondo Poore, “incoraggerebbe più persone a pensare alle loro scelte esponendoli ai fatti ogni volta che sono nei negozi (…) per trasformare piccoli cambiamenti dei consumatori in grandi benefici ambientali (…) le etichette ambientali obbligatorie creerebbero informazioni sul sistema alimentare, e oggi queste informazioni sono scarse”.

Il legame tra sistema alimentare e cambiamenti climatici è, quindi, molto stretto e, anche questa volta, dipende da un sistema produttivo (sostenuto dalla distribuzione e dalla pubblicità) al quale noi, singoli clienti, non abbiamo ancora saputo opporci con sufficiente energia e consapevolezza,  utilizzando il nostro potere d’acquisto per rafforzare la nostra sicurezza alimentare, favorire un sostanziale equilibrio sociale e da ultimo, ma non per ultimo, per ridurre concretamente la nostra impronta climatica sul pianeta.

Giuseppe d’Ippolito

 

 

 

English version
Food security and climate change

Food safety is: “the assurance that a food will not cause harm after it has been prepared and/or consumed in accordance with its intended use,” as defined by the standards adopted by the Codex Alimentarius Commission. (a body founded in 1963 by the FAO and the World Health Organization, WHO). Ensuring that food does not cause direct damage to health (including lethal) can only come from a series of preventive and risk control measures that are implemented through proper production, storage and handling practices. But there are also indirect harms related to food consumption. I intend to refer to the food/environment relationship because, according to numerous studies, “food systems” (“food systems,” meaning the entire food supply chain: growing and breeding, harvesting, harvesting and processing, packaging and transport to consumption, and waste disposal) are responsible for a significant percentage of the total global anthropogenic greenhouse gas emissions (about 30 percent, per the CGIAR Consultative Group for International Agricultural Research). According to research published in 2018 by Science (“Reducing the environmental impact of food through producers and consumers,” here), the total emissions produced, is broken down as follows: 31% for livestock farming (30% of global methane (CH4) emissions, Specifically, for meat production) and fishing (1%); 27% for agricultural production for livestock (6%) and human food (21%), a particular reference is to the use of chemical pesticides and fertilizers, which, in addition to being extremely harmful to bees, are the primary source of anthropogenic emissions of nitrous oxide (N2O), a greenhouse gas 300 times more potent than carbon dioxide, increased from pre-industrial levels by 20%;  24% for land use for food production for livestock (16%) and food (8%); 18% for the distribution chain, consisting of transportation (6%), packaging (5%), food processing (4%) and retail (3%). The solutions, for food security and environmental protection, are all well known: from the progressive reduction of intensive livestock farming, to the total abolition of pesticides and chemical fertilizers; from a profound reconversion of agricultural production, to the reduction of land consumption; from plastic-free packaging and based on environmentally sustainable materials to the introduction of production/processing processes that exclude the use of additives for coloring, sweetening or preserving. To be good for the planet and good for our health. And then there is the whole painful chapter of food waste since, while entire continents go hungry, we produce far more food than it would take to feed the entire world population, evidently wasting it in large quantities (one third of world production). Beyond the obvious and preponderant social and humanitarian implications, this situation also aggravates the global climate system. According to WWF (“Fight climate change by preventing food waste,” here), stopping food waste would reduce emissions from food systems by about 11%. But political governance is still too cautious when it comes to urging food-conscious forms of consumption, especially in the face of pressure from an overt and covert financial apparatus. A few years ago, Joseph Poore (Professor in the Department of Biology, at Oxford University and Director of the Oxford Martin Program on the Analysis of Food Sustainability) asked (in The Guardian of 10th October 2018, here), “We label fridges to show their environmental impact, why not food?” and continued, “If you buy a washing machine, refrigerator or TV in Europe, it comes with a sticker. Thanks to a 1992 EU directive, all appliances must be labeled with their energy efficiency. So why does our food system — which threatens the extinction of 10,000 species, emits about 30 percent of greenhouse gases and drives 80 percent of our nitrogen and phosphorus pollution — only ever have voluntary eco-labels?” The proposal, which I agree with and revive here, is for a mandatory label establishing the environmental impact of food. This, according to Poore, “would encourage more people to think about their choices by exposing them to the facts every time they are in stores (…) to turn small consumer changes into big environmental benefits (…) mandatory environmental labels would create information about the food system, and today that information is scarce.” The link between the food system and climate change is, therefore, very close and, again, depends on a production system (supported by distribution and advertising) that we, individual customers, have not yet been able to oppose with sufficient energy and awareness, using our purchasing power to strengthen our food security, foster substantial social balance and last but not least, to concretely reduce our climate footprint on the planet.
Giuseppe d’Ippolito


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