Tra il 6 e il 9 giugno 2024 milioni di europei parteciperanno a plasmare il futuro della democrazia europea in occasione delle elezioni europee. Si tratta di un momento unico in cui tutti noi possiamo decidere collettivamente sul futuro dell’Unione europea. Votare è sempre importante, a livello locale, nazionale o europeo. È un’ottima opportunità per esprimere la nostra opinione sui temi che ci stanno a cuore. Usiamo il nostro voto per contribuire a cambiare il mondo in cui viviamo. Il Parlamento europeo adotta leggi che riguardano tutti: grandi paesi e piccole comunità, società potenti e giovani start-up, la sfera globale e quella locale. La legislazione dell’UE affronta la maggior parte delle priorità delle persone: l’ambiente, la sicurezza, la migrazione, le politiche sociali, i diritti dei consumatori, l’economia, lo Stato di diritto e molte altre ancora. Oggi ogni tema di spicco a livello nazionale presenta anche una prospettiva europea. Quale prospettive si aprono per il dopo voto.

 

Vari episodi, succedutesi in vari anni, hanno scandito il percorso verso la neutralità climatica globale entro il 2050. Ne cito solo alcuni, a mio parere i più significativi. Nel 1987 la Commissione mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED) licenzia il documento “Our Common Future”. Quel documento è poi passato alla storia come Rapporto Brundtland ed è ricordato soprattutto per essere il primo documento che introduce il concetto di sviluppo sostenibile: ”Lo sviluppo sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Nel 1992, l’Assemblea generale dell’ONU, dopo la lettura del rapporto, ha deciso di organizzare altre tappe fondamentali di approfondimenti (le COP) che hanno rafforzato la consapevolezza su questi concetti. È stata la Conferenza di Rio, il primo summit mondiale (Summit della Terra) sull’ambiente e lo sviluppo, che ha definito i principi e gli obiettivi della sostenibilità ambientale, e che ha dato origine alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Ma l’anno più importante è stato sicuramente il 2015, l’anno dell’Accordo di Parigi sulla riduzione dell’emissioni climalteranti, dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030 e l’anno della Laudato sì, la seconda enciclica di papa Francesco scritta nel suo terzo anno di pontificato. L’argomento principale trattato è l’interconnessione tra crisi ambientale della Terra e crisi sociale dell’umanità, ossia l’ecologia integrale. Papa Francesco ha precisato infatti che “non si tratta di un’enciclica verde ma di un’enciclica sociale“. Successivamente, nel 2019, a livello europeo, il Consiglio dell’UE ha definito un quadro strategico di riferimento omnicomprensivo per attuare l’Agenda 2030: sono così arrivate le linee d’azione del Green Deal europeo, la strategia proposta dalla Commissione europea per trasformare l’Unione Europea in un’economia moderna, efficiente e competitiva, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Hanno avuto il via  regolamenti e direttive, tutti finalizzati a quell’obiettivo, che stanno iniziando a cambiare la vita di tutti noi: dai comportamenti delle imprese nella produzione e nella loro catena di valori, a quelle della nostra quotidianità nel consumare, nel vestirci, nell’abitare, nel muoverci.

Ora siamo tutti in trepidante attesa dell’esito elettorale europeo di giugno, per sapere se queste linee d’azione verranno confermate e riproposte o verranno, come promette qualcuno, smentite e travolte clamorosamente.

Sinceramente, al di là della propaganda elettorale, non auspico, ma neppure credo in stravolgimenti e ripensamenti alla luce della confermata o rinnovata composizione dell’europarlamento. Baso il mio convincimento su tre considerazioni:

1) il percorso verso una decarbonizzazione è ormai acquisito dal pensiero (non solo scientifico) globale e non credo che l’Europa voglia diventare la cenerentola del mondo, anzi. 2) L’inattività climatica produce disastri ambientali, con eventi metereologici estremi e con morti e rovine, che anche in Italia stiamo purtroppo imparando a conoscere, e alla lunga potrebbe condurre all’estinzione del genere umano, chi vorrà assumersi la responsabilità di essere rimasto inerte di fronte a questi scenari? 3) Secondo un sondaggio delle Nazioni Unite sul clima, quasi due terzi delle oltre 1,2 milioni di persone intervistate in tutto il mondo ritengono che il cambiamento climatico sia un’emergenza globale e chiedono un maggiore impegno nell’affrontare la sfida climatica; secondo un sondaggio Eurobarometro i cittadini europei ritengono che i cambiamenti climatici siano il problema più grave che il mondo si trova ad affrontare: oltre nove persone intervistate su dieci ritengono che i cambiamenti climatici siano un problema grave (93 %), e quasi otto su dieci (78 %) lo ritengono molto grave; in Italia è della stessa opinione quasi il 70% della popolazione nazionale (sondaggio Quorum/YouTrend). Ora, la deduzione è semplice: se i decisori politici, a qualsiasi livello, ricevono legittimazione al loro operato dal consenso della popolazione elettrice, dubito che le promesse di terremoti nella politica climatica dell’UE possano tramutarsi in concreti atti legislativi da parte dell’europarlamento.

Intendiamoci bene, però, questa mia rassicurazione, se tale è, non deve indurre nessuno a disertare le urne ma semmai ad esprimere convintamente la propria posizione a favore dell’Ambiente, degli Ecosistemi e a contribuire ad eleggere coloro che si impegneranno veramente e concretamente in tal senso.

E allora, se il mio assunto è corretto, sarà il caso di auspicare che l’Europa “non lasci, ma raddoppi” (per parafrasare Mike Bongiorno) gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici. E una via per farlo potrebbe essere proprio allargare i confini delle azioni per il clima verso le regioni più vicine che compongono l’area Euro-mediterranea. Creando, per esempio, partnership stabili e sostenibili a favore della decarbonizzazione con i paesi africani, specie con quelli mediterranei o prossimi al Mediterraneo, ma non solo. Il contrasto ai cambiamenti climatici può essere sicuramente il pilastro di una nuova fase di cooperazione euro-africana. I paesi africani hanno incredibili potenzialità per lo sviluppo di fonti energetiche pulite e rinnovabili, che sono largamente inutilizzate. Laddove, invece, se correttamente fruibili, costituirebbero un’importante spinta verso la decarbonizzazione europea e, quindi, mondiale. Anziché pensare a tramutare il nostro paese in un hub nazionale di fossile (gas), perché l’Europa non pensa a tramutare l’area mediterranea (compreso il Nord Africa) in un hub continentale di fonti rinnovabili, compreso l’idrogeno pulito, per favorire la decarbonizzazione industriale e domestica e contribuire realmente allo sviluppo socioeconomico del continente africano rafforzando l’integrazione regionale?

Ma forse il mio è solo un sogno, lo saprò quando mi sveglierò il 10 giugno.

Giuseppe d’Ippolito