La sicurezza alimentare, diventata un sistema complesso di
idee e regole, necessita di una gestione collegiale ed accorta,
per evitare che la necessità di offrire un’immagine perfetta e
vincente dell’alimentazione italiana copra ed aggravi i problemi
sia di salute della popolazione sia economici del sistema-Paese

In inglese la sicurezza alimentare ha due definizioni, safety con senso qualitativo (sanità igienico-sanitaria), security con senso quantitativo (sufficiente approvvigionamento). Esse ci aiutano nel lavoro per identificare meglio i temi da affrontare, ma non gli aspetti che sono stati resi evidenti con l’introduzione del principio di precauzione nella normativa comunitaria: lo stretto legame tra la qualità di ciò che si mangia, la quantità prodotta e le conseguenze economiche ed ambientali.

Entrambe le definizioni utilizzate in inglese sono insufficienti a cogliere l’importanza ed il senso ampio della sicurezza alimentare e forse un termine onnicomprensivo come “sicurezza” usato in italiano permette di cogliere meglio la complessità.  Non dobbiamo meravigliarci: nel mondo anglosassone, in cui l’alimentazione – per tradizione e per storia – non rappresenta il centro della dimensione del sé, la precisione della terminologia aiuta a identificare ed approfondire i dettagli del problema. Ma quando progressivamente si sono scoperti gli aspetti portanti della sicurezza alimentare, in particolare dopo l’inserimento dell’agricoltura e delle transazioni alimentari negli accordi per il commercio mondiale, allora ci si è resi conto che non è sufficiente la trattazione separata dei due problemi, specie se essa comporta la semplificazione delle regole in entrambi i campi: sicurezza igienica e garanzia di approvvigionamento.

Le amministrazioni, compresa quella italiana, hanno cercato nel corso del tempo di gestire questi aspetti e di darne visibilità “positiva”, perché l’uso della parola sicurezza è un’arma a doppio taglio: può rassicurare, ma anche intimorire.    Spinti anche da questa considerazione, l’attuale governo italiano ha deciso di ridefinire i ministeri che toccano il settore agricolo e industriale, chiamando il ministero agricolo “Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste” e quello della produzione (anche agroalimentare) “Ministero delle imprese e del made in Italy.

Per essere più chiari si sono complicate le cose, perché sono stati inseriti altri due concetti che contribuiscono alla definizione della sicurezza alimentare, ma ne modificano i contenuti: la sovranità alimentare, concetto creato dal movimento contadino Via Campesina che collega alla sicurezza la possibilità dei contadini di gestire il sistema (ma questo può avvenire ed è comprensibile nei Paesi in cui i piccoli contadini sono la maggioranza della popolazione) ed il Made in Italy, concetto che lancia l’idea di un brand nazionale del sistema produttivo italiano (che esprime una volontà di affermazione sui mercati): concetti in contraddizione tra loro, il cui mix non farà bene al consumo sul mercato interno.

Il termine inglese brand (combinazione di elementi – nome, slogan, logo, comunicazione, storia e reputazione – che funziona come segno distintivo e identificativo di una impresa) ci aiuta a capire meglio del termine italiano marchio se cogliamo la differenza esistente tra una Marca = azienda dove viene creato o aggiunto valore e un Brand = costrutto di valori che ruota attorno all’immaginario del cliente ideale.

In Italia, dove l’alimentazione e la cosiddetta “dieta mediterranea” non rappresentano solo le aziende, ma l’immagine del Paese, vi è un processo di identificazione che, se può essere di sostegno alle esportazioni, crea confusione nella educazione alla corretta alimentazione: ciascuno, orgoglioso della sua appartenenza anagrafica, si sente in diritto di considerare la propria alimentazione la migliore, la più sicura in ogni senso (igienico, dietetico, economico). I risultati producono una buona immagine da esportare assieme alla produzione agroalimentare, ma un pessimo servizio al mercato nazionale le cui carenze sia di approvvigionamento, sia di qualità del consumo, sono coperte da un’immagine glamour a svantaggio della prevenzione delle malattie da cattiva dieta (sempre più diffuse) e con costi sanitari in costante aumento.

Quindi la sicurezza alimentare, diventata un sistema complesso di idee e regole, necessita di una gestione collegiale ed accorta, per evitare che la necessità di offrire un’immagine perfetta e vincente dell’alimentazione italiana copra ed aggravi i problemi sia di salute della popolazione sia economici del sistema-Paese.

Gianfranco Laccone, agronomo, presidenza nazionale ACU Associazione Consumatori Utenti

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English version
Food safety: a complex system that is difficult to control
In English, food safety has two definitions, safety with a qualitative sense (sanitation), security with a quantitative sense (sufficient supply). They help us in our work to better identify the issues that need to be addressed, but not the aspects that have been made evident with the introduction of the precautionary principle in EU legislation: the close link between the quality of what we eat, the quantity produced, and the economic and environmental consequences. Both of the definitions used in English are insufficient to capture the importance and broad meaning of food safety, and perhaps an all-encompassing term such as “safety” used in Italian allows the complexity to be better grasped.  We should not be surprised: in the Anglo-Saxon world, where food – by tradition and history – does not represent the center of the dimension of the self, the precision of terminology helps to identify and deepen the details of the problem. But when progressively the load-bearing aspects of food security were discovered, particularly after the inclusion of agriculture and food transactions in world trade agreements, then it was realized that the separate treatment of the two problems is not sufficient, especially if it entails the simplification of rules in both fields: hygienic safety and security of supply.  Administrations, including the Italian one, have tried over time to manage these issues and give them “positive” visibility, because the use of the word security is a double-edged sword: it can reassure, but it can also intimidate.    Driven also by this consideration, the current Italian government decided to redefine the ministries that touch on the agricultural and industrial sectors, calling the agriculture ministry the “Ministry of Agriculture, Food Sovereignty and Forestry” and the ministry of production (including agribusiness) the “Ministry of Business and Made in Italy.”  To be clearer, things have been complicated by including two other concepts that contribute to the definition of food security but change its content: food sovereignty, a concept created by the Via Campesina peasant movement that links security to the ability of farmers to manage the system (but this can happen and is understandable in countries where small farmers are the majority of the population) and Made in Italy, a concept that launches the idea of a national brand of the Italian production system (expressing a desire to assert itself in the markets): concepts that are contradictory to each other, the mix of which will not do well for consumption in the domestic market. The English term brand (a combination of elements-name, slogan, logo, communication, history and reputation-that functions as a distinctive and identifying sign of a company) helps us understand better than the Italian term marchio if we grasp the difference that exists between a Brand = a company where value is created or added and a Brand = a construct of values that revolves around the imaginary of the ideal customer. In Italy, where food and the so-called “Mediterranean diet” represent not only companies, but the image of the country, there is a process of identification that, if it can be supportive of exports, creates confusion in educating people about proper nutrition: everyone, proud of their anagraphic belonging, feels entitled to consider their food the best, the safest in every sense (hygienic, dietary, economic). The results produce a good image to be exported along with agribusiness production, but a disservice to the domestic market whose shortcomings in both supply and quality of consumption are covered up by a glamorous image to the detriment of prevention of diseases from poor diet (which are increasingly widespread) and with steadily rising health care costs.  So food safety, which has become a complex system of ideas and rules, needs a collegial and shrewd management, lest the need to offer a perfect and winning image of Italian food cover and aggravate the problems of both the health of the population and the economy of the system-Country.
Gianfranco Laccone, agronomist presidency ACU-Consumer Users Association


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