Nella situazione di caldo estremo che sta vivendo il nostro Paese,
lasciano perplessi i consigli del ministero della Salute. È un catalogo
delle occasioni perse che, oggi, paghiamo tutti in termini di benessere e
di salvaguardia degli ecosistemi e di mitigazione delle emergenze climatiche.
C’è ancora tempo, se si cambia la rotta.

Soffriamo per l’ondata di caldo estremo in Italia che, a causa del cambiamento climatico, ci sta facendo battere tutti i record negativi noti ad oggi, tanto che il Times rinomina Roma la «Città infernale» (ma l’emergenza riguarda tutta Europa e anche parte degli Stati Uniti).

Nel frattempo, il ministero della Salute predispone i piani per l’emergenza e detta le regole per la sopravvivenza (qui). Ed è proprio leggendo queste regolette, per lo più dettate dal buon senso, che ci accorgiamo come il caldo estremo metta a nudo i ritardi significativi in un sistema di programmazione a medio e lungo termine che avrebbe potuto aiutare gli italiani e ridurre i costi dell’emergenza climatica.

Ci riferiamo, per esempio, alla regola nr.2 “Migliorare l’ambiente domestico e di lavoro” dove troviamo i consigli a schermare le finestre e a impiegare (con prudenza) l’aria condizionata e i ventilatori meccanici, senza un cenno alla più salutare e meno energivora e inquinante, funzione dei deumidificatori, che portano gli stessi benefici effetti sulla riduzione della temperatura.  Forse i comunicatori ministeriali non si sono resi conto che l’impiego dell’aria condizionata alla lunga incide in modo significativo sull’ecosistema.

Lo ha dimostrato uno studio, già nel 2017, pubblicato su Environmental Science & Technology e condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze dell’atmosfera dell’Università di Wisconsin-Madison (qui). Secondo cui la forte richiesta di elettricità dovuta al massiccio impiego di condizionatori d’aria nelle giornate più calde ha come conseguenza un significativo aumento di gas nocivi immessi nell’atmosfera, come anidride solforosa, ossido di azoto e anidride carbonica. “I numeri parlano chiaro: per ogni grado centigrado di aumento della temperatura media giornaliera, le centrali elettriche liberano nell’aria il 3,35 per cento in più di biossido di zolfo, il 3,6 per cento in più di ossido di azoto e il 3,2 per cento in più di anidride carbonica. Una variazione percentuale che corrisponde, in termini di peso, a centinaia o addirittura migliaia di tonnellate di particolato.”

Come dire, ce ne accorgeremo nella bolletta di fine estate e ce ne accorgeremo ancor di più negli anni a venire quando l’aumento dei gas serra provocheranno emergenze climatiche ancor più gravi e non solo per il caldo ma anche per l’aumento della siccità, delle alluvioni e degli altri disastri climatici.

Star meglio oggi (al netto delle bollette energetiche) per soffrire di più domani, questo è, nei fatti, il mantra ministeriale.

E il problema si ripeterà quando, scomparso il caldo, arriverà il freddo estremo. Allora, la richiesta di energia per riscaldare casa, a partire dal gas, salirà alle stelle. Le inefficaci (o, dovremmo dire, inesistenti) politiche di mitigazione dei mutamenti climatici, finisce per disegnare un cane che si morde la propria coda in una prospettiva in cui saranno i nostri figli e nipoti a pagare il prezzo più alto. “Non rimandate a domani quello che potete fare oggi” recita un noto proverbio, solo che sulle politiche climatiche possiamo tranquillamente sostituire quell’ “oggi” con un “ieri”. “Impara da ieri, vivi oggi, spera per domani; la cosa più importante è non smettere mai di porti domande”, scriveva Albert Einstein.

E non venite a dirci che non esistono soluzioni o che non ve ne abbiamo mai parlato.

Lo sviluppo delle fonti rinnovabili, per sostituire la continua dipendenza dalle fonti fossili, è quella più alla portata. Una soluzione che consentirebbe, per esempio, l’impiego della geotermia domestica, cioè lo sfruttamento della temperatura costante del sottosuolo che, attraverso pompe di calore, servirebbe a riscaldare o raffreddare la propria abitazione con un limitatissimo dispendio di energia (specie se da altre fonti rinnovabili: eolico, fotovoltaico, ecc.) e un ancor più limitato inquinamento ambientale.

I progetti per l’efficientamento energetico degli edifici, bloccato quello già avviato in Italia, fortemente osteggiato quello che l’Europa ci chiede di realizzare. Si potrebbe investire di più sull’isolamento termico degli edifici (lo si stava facendo, fino al momento del blocco governativo ai relativi bonus). Si sarebbe dovuto, e si può ancora, esplorare in maggior misura l’utilizzo in edilizia di materiali maggiormente ecosostenibili, quali il legno o la canapa. Sapevate che una tonnellata di acciaio emette 1,85 tonnellate di CO2? E che una tonnellata di calcestruzzo ne emette 900 chilogrammi mentre un metro cubo di legno è in grado di assorbire una tonnellata di CO2 dall’atmosfera?

Vi abbiamo già raccontato (“Inquinamento dell’aria in Europa: i gas di scarico i principali responsabili”, qui) quanto gli edifici tradizionali, in Europa, producano inquinamento da anidride carbonica nell’ecosistema (il 40% del totale).

Copenaghen, nominata dall’Unesco Capitale Mondiale dell’Architettura 2023, ha ospitato dal 2 al 6 luglio, il 28° Congresso mondiale degli architetti. Il titolo, significativo, del Congresso era ““Sustainable Futures – Leave no One Behind” (“Futuri sostenibili – Non lasciare indietro nessuno”).

Pensieri e considerazioni di sognatori? No. Visioni ispirate dall’esperienza di ieri, dalla corretta lettura dell’oggi, dalla speranza per il domani, come diceva Einstein.


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