La Repubblica appartiene a chi paga le tasse”, ha ammonito il presidente Mattarella nel suo discorso di fine d’anno. Più realistico, Benjamin Franklin che già a metà del 1700 era convinto che “Al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse”. Secondo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, sono circa un centinaio i balzelli cui ogni anno sono chiamati ad ottemperare gli italiani. Ma è una, in particolare, a comparire sempre fissa tra le prime cinque più odiate dai cittadini, secondo le classifiche periodicamente pubblicate da media e social. È la TARI, tassa relativa alla gestione dei rifiuti, destinata a finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, sostenuti dall’ente locale. 

Crediamo di poter affermare che le ragioni di questo suo scarso appeal verso i contribuenti derivino dal suo illogico criterio di calcolo che ne prevede l’obbligo di pagamento in relazione al godimento di un immobile e in base all’estensione dello stesso. Nessun beneficio per chi vive da solo, ma occupa un appartamento di grandi dimensioni, producendo meno rifiuti, ma pagando di più di una famiglia numerosa che occupa un piccolo immobile e produce certamente più rifiuti di un singolo. Una sperequazione non solo incomprensibile, secondo criteri di uniformità sociale e contributiva, ma anche del tutto disincentivante per coloro che effettuano una corretta raccolta differenziata, inviando più beni al riciclo, riutilizzo e riuso, secondo i giusti dettami dell’economia circolare e, quindi, producono meno rifiuti da destinare allo smaltimento. “Chi inquina paga” direte, così come “chi sporca paga”; ma allora perché con la Tari finisce per pagare meno chi sporca di più e di più chi sporca meno? 

Eppure, un’alternativa c’è, più logica e più giusta, si chiama “tariffazione puntuale” ispirata dal principio pay as you throw” (PAYT), si paga per i rifiuti che si producono, stop. La tariffazione puntuale è quindi diventata uno dei cardini della strategia europea dell’economia circolare, una priorità per il NextGenerationEU, coerentemente con gli obiettivi sulla raccolta differenziata, sul recupero dei materiali nonché sulla limitazione categorica allo smaltimento dei rifiuti in discarica. Del resto, è quello che si pratica in gran parte del mondo ma, in Italia, in modo molto limitato. In un interessante paper pubblicato da Banca d’Italia nello scorso ottobre, dal titolo “Gli effetti del cambiamento climatico sull’economia italiana”, si sottolineano “i vantaggi di efficienza degli schemi PAYT legati alla minore produzione di rifiuti: la tariffa puntuale assolve un ruolo segnaletico simile a quello di un prezzo di mercato, incentivando, dal lato della domanda, gli utenti a richiedere la quantità ottimale di servizio pubblico (diversamente da quanto accadrebbe se il servizio fosse finanziato con una tassa) e, dal lato dell’offerta, gli amministratori locali a utilizzare nel modo migliore possibile le risorse pubbliche; la minore produzione di rifiuti comporta delle significative esternalità positive sotto il profilo della sostenibilità ambientale, poiché consente di contenere le emissioni di gas serra. Le questioni relative al finanziamento della gestione dei rifiuti hanno implicazioni anche in termini di equità, (…): nei sistemi di finanziamento basati sul prelievo immobiliare i costi del servizio incidono soprattutto sulle famiglie a basso reddito, che generano quantità minori di rifiuti”. 

Verrebbe da domandarsi, allora, perché solo il 10% dei comuni italiani adotta la tariffazione puntuale. Questione di “costi” superiori ai “benefici”, dicono taluni amministratori locali. Purtroppo, i benefici per l’ambiente non vengono mai computati nelle valutazioni degli enti. Ma neppure i benefici finanziari sono correttamente computati dai detrattori del sistema PAYT, come si evidenza nella tabella che segue:

 Costi del servizio dei rifiuti (euro per abitante) confronto sistemi tariffazione

Fonte: Banca d’Italia, progetto di ricerca “Gli effetti del cambiamento climatico sull’economia italiana” ottobre 2022, p.97.

Come si vede, i costi complessivi ammontano a circa 130 euro pro capite nel gruppo PAYT contro i 150 del gruppo TARI e quelli relativi alla componente indifferenziata sono del 40 per cento inferiori nel primo gruppo.

Occorre allora spingere sui Comuni, aiutarli a capire, a programmare, a realizzare le infrastrutture, ad organizzare i servizi. Anche per questo lo strumento c’è. Si chiama PNRR che prevede investimenti (per 2,1 miliardi euro) volti a rafforzare le infrastrutture e a digitalizzare la gestione dei rifiuti urbani, anche attraverso la Missione “M2C1.1 Migliorare la capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti e il paradigma dell’economia circolare”: Investimento 1.1: Realizzazione nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernamento di impianti esistenti; Investimento 1.2: Progetti “faro” di economia circolare. 100 progetti altamente innovativi per prevenire gli scarichi illegali; gli interventi mirano inoltre a colmare il divario tra le regioni del Nord e quelle del Centro-Sud. 

Con il passaggio alla tariffazione puntuale ne godrebbero la finanza pubblica locale, i cittadini, l’equità sociale e la tutela dell’ambiente. Perchè aspettare ancora?

Giuseppe d’Ippolito, Website Founder

 

APPROFONDIMENTI

Banca d’Italia, progetto di ricercaGli effetti del cambiamento climatico sull’economia italiana” ottobre 2022