Molti economisti parlano dell’inflazione come di “malattia
endemica del sistema economico”, dato che la spinta
all’aumento dei prezzi è una costante nel tempo.
Viene da chiedersi se l’inflazione non sia un falso
problema, ma solo l’indicatore di un sistema in cui
l’inflazione è una specie di rumore di fondo che
accompagna le nostre attività e la loro valorizzazione
sui mercati

L’Istat ci segnala che “L’inflazione acquisita per il 2023 è pari a +5,7% per l’indice generale e a +5,1% per la componente di fondo”. Per chiarire queste oscure parole, aggiunge: “L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce dello 0,6% su base mensile e aumenta di 0,6% su base annua, in ulteriore decelerazione da +1,8% di ottobre (la stima preliminare era +0,7%).  L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una diminuzione di 0,4% su base mensile e un aumento di 0,7% su base annua.” Lo fa come i dottori che, con linguaggio tecnico, ci spiegano quale sia il nostro stato di salute, lasciandoci, in genere, piuttosto confusi.

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In soldoni, l’Istat vuol dire che i prezzi aumentano tutti ma in misura diversa e che la “componente di fondo”, cioè quell’indicatore che dovrebbe offrire un quadro più preciso del sistema economico poiché viene calcolato escludendo i prezzi di energia, cibo, alcool e tabacco (che sono i più volatili), aumenta inesorabilmente, anche se meno dei mesi precedenti ma più dell’anno prima e con una velocità che va riducendosi.

Per le attuali generazioni l’inflazione è una novità (non per me) e per questo invito a fare un lavoro per capirne bene l’essenza e, soprattutto, per apprendere a navigare in un mondo in cui i prezzi variano in salita, mentre i redditi lo fanno molto meno e quando sembrano stabili, spesso sono in riduzione. Partirei con un metodo semplice, che uso da quando ho un reddito autonomo e consiste nel fare attenzione agli scontrini. Quando si fa la spesa, specie in un supermercato in cui si è abituali clienti, si tende a comperare ciclicamente sempre le stesse cose. La mia spesa media (non importa il periodo temporale tra una spesa e l’altra) era di 30 euro sette/otto mesi fa; oggi per gli stessi prodotti spendo nello stesso periodo oltre 40 euro: il rincaro per me è stato del 25%. Se voglio mantenere il tenore di vita, devo regolarmi: nelle quantità, nella qualità, nel tipo di servizi che utilizzo. Altro metodo, valido soprattutto viaggiando nella UE: prima di partire conservare lo scontrino del supermercato e poi quando si arriva all’estero, nelle stesse condizioni d’acquisto – spesso nello stesso supermercato –, comparare i prezzi degli stessi prodotti, di prodotti simili o di uguale impiego. Ho constatato, con una certa frustrazione, come con la stessa somma acquistavo talvolta qualcosa di più costoso in Paesi come la Germania o la Francia, facevo acquisti simili in Spagna, con un certo vantaggio in Portogallo, ma in tutti i Paesi i servizi che apparentemente non pagavo erano in molti casi più efficienti e più accessibili; non parliamo poi degli stipendi.

Geometria, Matematica, VolumeLa differenza di prezzo che registriamo se facciamo questi salutari giochetti misura, in modo grossolano ma efficace due aspetti: nel primo caso l’inflazione, cioè la differenza del prezzo medio di ciò che acquisto tra un periodo e l’altro, nel secondo caso il mio potere d’acquisto, paragonandolo a quelli di altre persone in altri luoghi. In realtà si misura la stessa cosa con paragoni differenti: il primo le mie capacità d’acquisto nel tempo, il secondo quelle nello spazio in relazione agli altri. Un matematico chiamerebbe questo metodo “calcolo differenziale”; come lo conosciamo, fu inventato in Europa nel XVII secolo da Cartesio e Leibnitz (con metodi diversi) e rappresenta la spina nel fianco dei liceali di tutta Europa alle prese con derivate ed integrali.

Poiché nelle economie di mercato i prezzi di beni e servizi possono subire variazioni in qualsiasi momento (alcuni aumentano, altri diminuiscono) si ha inflazione quando si registra un rincaro di ampia portata, che non si limita a singole voci di spesa. Di questo rincaro, senza averne una reale misura, se ne accorgono innanzitutto quelli che finiscono il danaro prima della fine del mese e non possono usare nemmeno bancomat e carte di credito (carte di debito nella maggior parte dei casi). Per ulteriore complicazione, non tutte le persone hanno le stesse abitudini e non sempre si fanno gli stessi acquisti e, in tal modo, la percezione dell’inflazione reale viene distorta o ritardata. Tutti questi aspetti rendono il calcolo dell’inflazione complesso, attuato attraverso un “paniere” di prodotti scelti dagli istituti come l’Istat nei diversi Paesi. Ma anche questa complessità non chiarisce perché il calcolo fatto dall’Istat ci sembri inverosimile, troppo distante da quello che constatiamo quotidianamente, specie se il nostro reddito è fisso e molto basso rispetto ad altri.

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Gli esempi riportati analizzano solo due punti di vista dell’inflazione: quello della domanda, che si manifesta come riduzione del potere di acquisto e quello dei costi, che si manifesta con l’aumento dei prezzi. L’inflazione è difficile da definire e ci sono diversi punti di vista da cui valutarla, tutti diversi e tutti veri. Se poi accade che l’indice generale aumenta la sua distanza da quello della componente di fondo, allora vuol dire che l’aumento dei prezzi ha aumentato gli squilibri, perché le famiglie spendono più delle imprese, cioè c’è un impoverimento di parte della popolazione a fronte di un maggiore arricchimento di un’altra parte. L’inflazione non è un danno per tutti, perché chi è indebitato se ne avvantaggia (il debito si riduce ed i numeri scritti sulle monete non corrispondono più al valore precedente). Chi ha un debito con le banche restituirebbe meno di quello che ha chiesto se le banche, per recuperare tutti i soldi prestati alcuni anni prima, non aumentassero i tassi d’interesse.

Molti economisti parlano dell’inflazione come di “malattia endemica del sistema economico”, dato che la spinta all’aumento dei prezzi è una costante nel tempo. Viene da chiedersi se l’inflazione non sia un falso problema, ma solo l’indicatore di un sistema in cui l’inflazione è una specie di rumore di fondo che accompagna le nostre attività e la loro valorizzazione sui mercati.

Qui esiste il grande problema degli Stati nazionali, il cui interesse sembra in conflitto con quello dei suoi cittadini. Talvolta lo è, ma mai con tutti. Quando uno Stato vuole ridurre il proprio debito pratica una “inflazione generalizzata”, chiamata svalutazione della moneta. L’Italia lo ha praticato spesso per dare il cosiddetto volano al sistema economico, facendo vendere all’estero i prodotti italiani a prezzi vantaggiosi e sviluppando il mercato interno. Ma attenzione perché, per far accadere tutto ciò, il reddito delle famiglie fu sostenuto attraverso la cosiddetta scala mobile: un aumento dello stipendio, erogato qualche mese dopo, in base all’indice dell’aumento dei prezzi. Qualcosa di simile a quanto fa Alice per entrare nel Paese delle meraviglie: mangia un po’ del fungo che fa crescere ed un po’ di quello che fa ridurre il corpo, sino a raggiungere la grandezza giusta per entrare.

Oggi lo Stato nazionale non ha più il controllo sulla moneta e questo gli impedisce le manovre fatte negli anni ’70 e ’80; quindi, per ridurre il proprio debito assume un atteggiamento inerte e sembrerebbe che Alice non possa più entrare nel Paese delle meraviglie. Ma esistono altri strumenti, altre porte per entrare nel Paese delle meraviglie, soprattutto tenendo in conto che il debito dell’Italia con la UE è un “debito in famiglia”: non pesa solo sugli italiani ma su tutta la UE. Proprio per questo sono gli altri Paesi comunitari a chiederne il controllo e lo faranno rinegoziando il cosiddetto patto di stabilità.

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Infine, non si dovrebbe combattere l’inflazione come un nemico assoluto, cosa che causerebbe un massacro sociale, ma la si dovrebbe usare con intelligenza e favorire la circolazione dei prodotti senza incidere sul reddito delle famiglie. Basterebbe evitare i piccoli sgravi e privilegi in cui è diviso il sistema che ora muta a causa dell’inflazione e privilegia troppo alcuni a scapito di altri. Le famiglie dovrebbero avere alcuni strumenti per sottrarsi alla morsa del mercato, partendo da quelle categorie di prodotti e di servizi che non fanno parte della componente di fondo dell’inflazione: energia ed alimenti, che dovrebbero essere consumati in modo protetto. Come? Senza pensare a mirabolanti uscite dall’Euro, che a mio parere creerebbero una situazione sociale simile a quella Argentina, basterebbe avviare una riforma della politica agricola comunitaria più attenta al consumo degli alimenti (alla tutela degli alimenti comunitari venduti nella UE e non solo a quella dei produttori agricoli) e puntare allo sviluppo delle energie rinnovabili, facendone oggetto di un mercato unico comunitario protetto, con un percorso simile a quello della creazione del mercato comune agricolo, nato per favorire l’auto-approvvigionamento comunitario.

Se non si vuole ripristinare il “bonus 110%” per le costruzioni (a mio parere necessario) che lo si faccia per la produzione di energia per le famiglie e le piccole imprese, trasformando i consumi in investimento e favorendo l’uso intelligente dei fondi del PNRR.

Gianfranco Laccone, agronomo, presidenza nazionale ACU Associazione Consumatori Utenti

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