Nel dibattito sull’inquinamento del pianeta e sulle sue conseguenze,
colpisce la regressione che ha subito la consapevolezza dei nostri
comportamenti. Un tempo non lontano si cercava di collegare gli aspetti
economici e sociali a quelli scientifici, e di costruire un discorso utile per
sviluppare alternative e comportamenti adeguati ai pericoli a cui si
doveva fare fronte. Oggi, la reazione di chi dovrebbe capire cosa sia
successo si spinge sino all’invettiva, senza altri argomenti.

In questa settimana in cui in Italia si superano tutti i record di temperature massime (come se fossimo in una gara di atletica) a Roma le discussioni si intrecciano in uno stile che Flaiano aveva descritto molto bene, quando diceva che anche un marziano si sarebbe poi adeguato alle regole ed allo scetticismo dei suoi abitanti. Le previsioni popolari sull’immediato futuro spingono verso temperature sempre più estreme, per poi concludere che, infine, sapremo superare anche questo, applicando la regola dello scetticismo romano che rende le discussioni in questa città irritanti ed irresistibili.

Al di là delle esagerazioni nelle discussioni da “bar dello sport”, a chi segue il dibattito sull’inquinamento del pianeta e le sue conseguenze da molti anni, colpisce la regressione che ha subito la consapevolezza dei nostri comportamenti e, di conseguenza, la discussione nel merito. Quello che esprimo potrà sembrare ad alcuni una sorta di nostalgia del tempo andato, quando si discuteva del cambiamento climatico in pieno boom del consumo, ma a me non sembra sia così. Per attestarlo rimando alla lettura dei saggi scritti trent’anni fa, magari anche a molti degli anni precedenti, come il meraviglioso “Il mare intorno noi”, scritto da Rachel Carson all’inizio degli anni Cinquanta, che racconta la storia del mare per capire come sia cambiato e come cambierà. Potremmo meravigliarci nel trovare che trent’anni fa studiosi di diverse discipline (ecologisti, biologi, chimici, fisici, etologi, agronomi, economisti, filosofi, antropologi) convergessero su alcune previsioni, partendo da punti diversi e percorrendo strade differenti. Essi convergevano soprattutto sulla causalità del rapportosviluppo industriale/cambiamento climatico/modifica dei comportamenti del vivente”.

Allora, si discuteva molto e si confutavano le idee altrui con argomenti e non con il dileggio o le invettive. Tutto questo avveniva senza che si dovesse necessariamente aderire alla teoria di James Lovelock, nota come “ipotesi Gaia”; senza dover condividere le posizioni dell’ecopacifismo, di cui Barry Commoner fu uno dei massimi esponenti; senza essere, infine, teorici dell’ecomarxismo come James O’Connor o della decrescita come Serge Latouche.

SI discuteva con la consapevolezza di dover trovare delle soluzioni, perché difronte a casi come quelli di Seveso e della diossina, di Otranto e del piombo tetraetile nel mare, di Chernobyl e della contaminazione radioattiva, si cercava di capirne le cause profonde, i legami che rendevano possibile questi avvenimenti e, per noi dell’ACU, le ragioni che resero possibile le morti in Vietnam con i micidiali prodotti sparsi su foreste, campi e villaggi e quelle da metanolo per i nostri consumatori abituali di vino a basso costo. Cercavamo di collegare gli aspetti economici e sociali a quelli scientifici, e di costruire un discorso utile per sviluppare alternative e comportamenti adeguati ai pericoli a cui dovevamo fare fronte.

Oggi, dopo tanti anni, alcune verità sono incontrovertibili: la relazione tra noi, l’ambiente, e le modifiche strutturali del clima sono innegabili. Semmai si può discutere sui tempi e sulle possibilità di reazione alle catastrofi climatiche che molti ritengono ancora lontane e perciò gestibili. Da parte di costoro si dice: – “in fondo d’estate fa sempre caldo, i torrenti sono sempre straripati, è bastato un anno di pandemia ed abbandono delle attività inquinanti che i valori hanno fatto un salto indietro”.

Colpisce in questo argomentare la superficialità e la tendenza a dimenticare il passato ed i suoi errori messi in evidenza già allora. È inutile dinanzi a tali discorsi argomentare scientificamente come si faceva trent’anni fa: la reazione di chi dovrebbe capire cosa sia successo si spinge sino all’invettiva, senza altro argomento se non quello di credere che gli argomenti di chi sostiene l’origine umana del cambiamento climatico siano un “attentare al nostro modo di essere e alla nostra economia, assecondando oscuri poteri”.

Nel 1993 Goldsmith, nell’introduzione al suo libro “La sfida del XXI secolo” apriva con questa frase: “La società moderna distrugge a una velocità stupefacente il mondo naturale da cui dipende la sopravvivenza umana”. Cosa si può dire più di questo? Aggiungo che sorprende la mancanza di riflessione di quanti dileggiavano un tempo gli ecologisti ed oggi discettano sul cambiamento climatico senza vergogna e senza una piccola ed umile autocritica. E cosa dire di quanti parlano contro “l’ecologismo estremo”, come fa la nostra Presidentessa del Consiglio Giorgia Meloni: qualcuna di queste persone ha mai detto quale sia l’ecologismo non estremo? E voi, lo sapete?

Il pragmatismo della Commissione della UE (ci vuole molto coraggio a definirla una “ecologista estrema”) pone delle scadenze e ad alcune regole di comportamento. Le imprese che non vogliono, non possono o non sanno rinnovarsi gridano allo scandalo ed all’estremismo, trascinando una massa di consumatori che preferiscono non mutare le loro abitudini.

Ma l’alternativa, quale è? Nel 2029 non si dovranno più produrre le caldaie a gas, nel 2035 non si potranno vendere auto con motore a scoppio, entro i prossimi 5 anni si dovranno riabilitare le nostre abitazioni. Continuare ora come allora? Allungare di qualche anno l’agonia del motore a scoppio?   Il problema è che non si vuole ammettere di avere perso tempo e di essere impreparati dinanzi al cambiamento climatico; preferiamo gridare al complotto, con la veste dei saggi che stanno nel giusto mezzo.

Eppure, con lo spirito di cinquant’anni fa le scadenze proposte dalla UE avrebbero generato una reazione popolare vivace e gioiosa, perché si sarebbero programmate delle grandi riforme, i giovani avrebbero fatto sogni sul loro avvenire diverso dalla miserabile vita da travet della partita IVA fino ad ora prospettata. Oggi solo Greta Thunberg e pochi altri chiedono di fare qualcosa, mentre la massa guarda al cambiamento climatico come se assistesse a un film girato da altri, in cui non si è tra protagonisti.

Oggi il cambiamento climatico è sufficientemente evidente e motivato, ma il comportamento della massa degli italiani invece è inspiegabilmente immotivato. Vi è la perdita di memoria, la mancanza di riferimenti che impedisce alla gran parte delle persone di collegare la situazione attuale alle scelte passate, proprie e altrui.

Per noi, che avevamo previsto già trent’anni fa quanto ora vediamo, vi è l’opportunità di agire per realizzare le alternative a quanto si prospetta.

Siamo gli unici ad avere un sogno e dovremmo saperlo condividere.     

Gianfranco Laccone, agronomo, presidenza nazionale ACU Associazione Consumatori Utenti

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