Non pochi sono convinti che bere da due a tre tazze
di caffè al giorno allunghi la vita diminuendo il rischio
di contrarre malattie cardiovascolari.Un nuovo studio, però,
ci ammonisce che la caffeina fa male agli ecosistemi

Siamo totalmente assuefatti/dipendenti dalla caffeina? Si, lo siamo: basti pensare al caffè, lungo, ristretto, macchiato, doppio, al vetro, in tazza, ecc.  sono tutte abitudini quotidiane di cui sembra che gli italiani non riescono a fare a meno.  E poi ci sono le bevande energetiche, il tè, tutte ricche di caffeina.

Ma la caffeina è uno dei più diffusi inquinanti farmacologicamente attivi nelle acque di tutto il mondo, ce lo ricordano diversi studi e ricerche importanti come, da ultima, quella del College of Biological Sciences dell’University of California, Davis: “La caffeina inquina. I batteri possono aiutare?”  (qui). Dobbiamo quindi essere consapevoli dell’impatto che ha la nostra specie sugli equilibri del pianeta se non siamo in grado di cambiare le nostre amate abitudini. Lo studio spiega che la caffeina è un inquinante globale emergente. Entra nei nostri corsi d’acqua attraverso il sistema delle acque reflue e influisce sulla qualità dell’acqua e sulla vita marina.  E mentre i fondi di caffè sono spesso usati come ammendante del suolo, la caffeina è un killer per le piantine emergenti. I ricercatori dell’Università della California e dell’Università dell’Alabama stanno studiando come i batteri dipendenti dalla caffeina possono essere utilizzati come squadra di pulizia per la caffeina. Tale inquinamento deriva non solo dalla produzione e dal consumo di bevande contenenti caffeina, ma anche da integratori farmaceutici e nutrizionali, perché alcuni batteri possono crescere sulla caffeina e abbatterla. La quantità elevata di caffeina nell’ambiente non solo è la più preoccupante ma ciò che emerge è che la sua attività psicoattiva è pericolosa, in quanto stimolante e risulta essere nociva non solo per bambini o fragili ma anche per gli stessi animali.

Negli animali acquatici la caffeina è altamente nociva, secondo test e analisi di laboratorio la stessa induce stress ossidativo, effetti neurotossici, modifica il metabolismo e le riserve energetiche, influisce sui meccanismi riproduttivi e sullo sviluppo, e può in alcuni casi arrivare a risultare letale.

 

Ma, siccome la nocività deriva principalmente dallo smaltimento nelle acque reflue, le prime pratiche da considerare sono proprio quelle del compostaggio o, comunque, di un corretto smaltimento dei fondi del caffè o delle altre bevande contenenti caffeina.

 

Il compostaggio domestico è alla portata di tutti: “Il compost, detto anche terricciato o composta, è un concime organico naturale che migliora la struttura del suolo e, come attivatore biologico, aumenta la biodiversità della microflora. Il terricciato è il risultato della bio-ossidazione e dell’umificazione di un misto di materie organiche (ad esempio: residui di potatura, scarti di cucina e rifiuti del giardinaggio come foglia ed erba falciata) da parte di macro e microrganismi in condizioni particolari, ovvero presenza di ossigeno ed equilibrio tra elementi chimici delle materie coinvolte nel processo di compostaggio o biostabilizzzione”, spiegano nel sito caffesostenibile.com  Ovviamente, nel caso dell’utilizzo dei fondi di caffè come fertilizzante, vanno utilizzate alcune cautele: ” è preferibile compostarli prima di utilizzarli come concime poiché possono facilmente produrre muffe e diventare la causa di malattie funginee che mettono in serio pericolo la salute delle piante ornamentali, ortive e da frutto”

Quanto al corretto smaltimento, meglio il contenitore dell’umido (mai nel lavandino) se proprio non vogliamo fare il compostaggio domestico ma oggi, specie per chi usa capsule o cialde, una valida alternativa è rappresentata dai numerosi programmi di riciclo e riutilizzo, curati dalle stesse case produttrici di caffè.

Ma per chi, colpevolmente, non utilizza pratiche di prevenzione “a monte” (posto che non si riesca a rinunciare alle bevande a base di caffeina), parliamo delle soluzioni “a valle”: di qualità delle acque (anche quelle reflue) e della depurazione.

Normalmente, i sistemi di depurazione delle acque reflue sono abbastanza efficienti nello smaltimento della caffeina, arrivando a eliminarne una percentuale compresa tra il 60 e il 100%. Ma, visto il volume di consumo globale, anche le piccole quantità residue dopo i processi di depurazione contribuiscono al suo accumulo nell’ambiente, facilitato dal fatto che la sostanza impiega molto tempo per degradarsi. Non va dimenticato inoltre che la caffeina è una sostanza utilizzatissima anche come medicinale, e che quindi lo smaltimento dei residui industriali è un’altra fonte importante di contaminazione ambientale.

 

Se i rischi sono chiari allora, cosa si può fare per prevenirli?

Possiamo cambiare i nostri atteggiamenti e le nostre abitudini con la consapevolezza che si, la forza di un singolo caffè preso in casa, al bar o in ufficio è in grado di farci iniziare una giornata nel modo giusto, ma possiamo non solo ridurne i consumi o l’uso, ma anche apportare delle modifiche essenziali nel riciclo, soprattutto pensando al nostro ambiente e ai nostri animali come un patrimonio da tutelare e difendere.

Federica Rochira, Website Founder