Meno del 10% del grano venduto dall’Ucraina raggiunge i Paesi
in “crisi alimentare”, mentre il 57% viene acquistato dai Paesi che
gestiscono le filiere agroalimentari; quindi, della difesa dell’accordo  
Russia/Turchia/Ucraina si avvantaggiano le nostre reti commerciali.
Le mosse delle parti in causa sono contradditorie, poiché qualunque
embargo, quando riguarda produzioni o acquisti su base commerciale
multipla, per la sua riuscita deve prevedere la solidarietà tra i Paesi
esportatori (o importatori): senza una forte disciplina, si sviluppa
contrabbando, più o meno mascherato, e la mancata solidarietà
è all’ordine del giorno.

Non so se le dichiarazioni di António Manuel de Oliveira Guterres (segretario Onu): “Più fame e migrazioni per l’emergenza clima. Dobbiamo agire subito”, all’indomani del Summit FAO denominato “Fame zero” possano servire a qualcosa, quando persino la voce del Papa su questi argomenti sembra perdersi nel vuoto. Fatto sta che in questa settimana le preoccupazioni per l’andamento della guerra in Ucraina hanno assunto maggiore rilievo sui mass media (unico motivo per cui il blocco del commercio dei cereali è salito sulle prime pagine), superando persino le preoccupazioni per il cambiamento climatico: in questo caso, superata la settimana rovente, in Italia sembra si sa realizzato quel detto popolare che afferma: “Passata la festa, gabbato lo santo!”.

Solo il fronte negazionista sembra avere la capacità di mettere assieme tutto, benché sotto la nera ala del complotto: cambiamento climatico, fame, guerra, migrazioni e commercio del grano sono temi fasulli, servono solo a sviare l’attenzione dalla realtà. Ma quale sia questa realtà non è dato sapere e anche la nostalgia di un mitico tempo migliore sembra perdersi nel rancore contro le passate generazioni, colpevoli di non avere lasciato eredità positive.

Purtroppo, i grandi temi non sono il frutto di un complotto che, se esistesse, si potrebbe comunque sventare salvando l’umanità come nei film di fantascienza, ma una realtà a lungo sottovalutata dai governi che hanno nascosto la polvere dell’inquinamento e della produzione di CO2 sotto il tappetino del “progresso”, sperando che le cose potessero poi risolversi da sole.  Ed ora i problemi arrivano tutti insieme e non si risolveranno con singoli interventi specifici; è necessario affrontarli tutti, dando le priorità utili al luogo ed al momento dell’intervento, ma considerandone tutti gli aspetti.  Questo scoraggia le istituzioni e spinge i governi verso la guerra: cosa c’è di meglio di un “tutti contro tutti”, quando la rabbia monta e non si sa cosa fare?

La situazione del commercio dei cereali, a partire dall’embargo commerciale realizzato sul gas nel conflitto in corso sino fine dell’accordo sul grano Russia/Turchia/Ucraina, è un caso esemplare del muoversi irrazionalmente degli attori politici.

La Nato ha spinto, dopo l’invasione dell’Ucraina, ad una ritorsione commerciale attraverso l’embargo del commercio del gas, a cui ha risposto la Russia con il blocco dei porti e la fine del flusso commerciale del grano dall’Ucraina verso il resto del mondo.

L’impatto dell’embargo sul gas è risultato meno devastante nel breve periodo; l’embargo sulla vendita dei cereali ucraini, prodotto dalla Russia  come reazione ma, in realtà, conseguenza logica della guerra in atto e dell’occupazione dei  porti, è sembrato più una mossa atta a costruire il consenso fuori dalle parti in guerra: i paesi terzi vittime della crisi alimentare ed a rischio di “rivolte del pane”, contrariamente a quanto molti immaginano, saranno più grati ai Paesi che giungeranno in loro soccorso (Turchia e Russia) e saranno tiepidi nel solidarizzare con l’altra parte (anche se molti dei loro governi si reggono grazie agli aiuti militari americani). D’altronde, se analizziamo i dati commerciali, meno del 10% del grano venduto dall’Ucraina raggiunge i Paesi in “crisi alimentare”, mentre il 57% viene acquistato dai Paesi che gestiscono le filiere agroalimentari; quindi, della difesa dell’accordo si avvantaggiano le nostre reti commerciali. Le mosse delle parti in causa sono contradditorie, poiché qualunque embargo, quando riguarda produzioni o acquisti su base commerciale multipla, per la sua riuscita deve prevedere la solidarietà tra i Paesi esportatori (o importatori): senza una forte disciplina, si sviluppa contrabbando, più o meno mascherato, e la mancata solidarietà è all’ordine del giorno. Non è sufficiente nel caso degli alimenti, ma anche in quello del gas, avere il quasi-monopolio dell’acquisto o delle vendite del prodotto; il potere alimentare o quello del gas non si concedono ai Paesi leader del settore se non a prezzi sempre più alti e non è detto che alla fine i conti tornino.

Per quanto lo si ammanti di alti valori morali, l’embargo è un’azione simile all’assedio e ad altre che nei secoli passati hanno contraddistinto le guerre, con in più una forte valenza politica e commerciale. Solo in talune situazioni il  suo avvio è risultato efficace, diversamente è risultato molto difficile da gestire e si è rivelato, nel migliore dei casi, come un’altra qualsiasi azione di propaganda o ancora, molto facilmente, ha ottenuto effetti contrari.

La guerra in corso in Ucraina sembra avere assunto questa direzione e lo stesso Kissinger, che nella sua vita da segretario di stato USA ha collezionato vittorie e sconfitte, sembra essere giunto a queste conclusioni, auspicando in una recente intervista un accordo tra le parti in guerra e ammonendo sulla necessità di non demonizzare il nemico con cui sarà necessario accordarsi.

È sempre più evidente che le politiche di sviluppo hanno causato problemi ambientali il cui peso aumenta di giorno in giorno e tra le prime conseguenze vi è l’impatto climatico per le colture alimentari diffuse sul pianeta (ricordo che l’occidentalizzazione del mondo ha prodotto la diffusione planetaria di allevamenti e piantagioni un tempo diffuse solo in alcune limitate aree a scapito di specie più adatte e resilienti). Ma il problema di fondo resta ancora il comportamento sociale degli umani, il mercato con regole inadatte al vivente e, soprattutto la superficialità con cui si utilizzano i risultati di studi e ricerche.

Riporto un passaggio della sintesi delle previsioni congiunte rispetto alla produzione agricola 2018/2027 di OCSE e FAO da cui i governi avrebbero dovuto trarre le opportune conseguenze:

  “Per quasi tutti i prodotti agricoli, le esportazioni dovrebbero rimanere concentrate fra i gruppi stabili dei principali Paesi fornitori. Un cambiamento degno di nota è costituito dalla presenza emergente della Federazione Russa e dell’Ucraina nei mercati cerealicoli mondiali, che dovrebbe continuare. L’elevata concentrazione dei mercati dell’esportazione potrebbe aumentare la predisposizione dei mercati mondiali agli shock di approvvigionamento dovuti a fattori naturali e alle misure di politica agricola (da leggere come cambiamenti climatici e guerre commerciali).

Le prospettive agricole 2018-2027, quale previsione di scenario di riferimento, ipotizzano che le politiche ora in vigore continueranno a essere applicate nel futuro. Oltre ai rischi tradizionali che hanno un impatto sui mercati agricoli, vi sono crescenti incertezze riguardo alle politiche degli scambi agricoli e preoccupazioni riguardanti la possibilità di un protezionismo crescente a livello globale. Gli scambi agricoli svolgono un ruolo importante per garantire la sicurezza alimentare, evidenziando la necessità di un ambiente che crei condizioni favorevoli alle politiche commerciali.”

Per chi sappia leggere questo genere di documenti è evidente la predisposizione allo scontro tra due Paesi con mercati emergenti: Russia e Ucraina, come è altrettanto evidente la necessità di un ambiente che favorisca gli scambi.

Quello che invece si è fatto è sotto gli occhi di tutti.

Gianfranco Laccone, agronomo, presidenza nazionale ACU Associazione Consumatori Utenti

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