Il Mercosur nasce nel 1991 con il Trattato di Asunción, in un contesto segnato dalla fine della Guerra fredda e dall’affermazione del libero scambio come paradigma dominante delle relazioni economiche internazionali. Fin dall’inizio il progetto sudamericano si configura più come un’iniziativa politico-strategica che come un mercato comune pienamente integrato, caratterizzato da forti asimmetrie interne e da una governance fragile. Negli anni Novanta l’Unione europea individua nel Mercosur un interlocutore privilegiato in America Latina e nel 1995 firma un accordo quadro di cooperazione, avviando nel 1999 i negoziati per un accordo di associazione fondato su dialogo politico, cooperazione e libero scambio. Il negoziato si rivela da subito complesso, soprattutto per le profonde divergenze sul settore agricolo, sugli standard produttivi, sulle indicazioni geografiche e sull’accesso ai mercati. Dopo una prima fase di stallo nei primi anni Duemila, culminata nella sospensione dei negoziati nel 2004, il dossier resta congelato per oltre un decennio. La ripresa avviene nel 2016, in un contesto internazionale profondamente mutato, segnato dalla crisi del multilateralismo commerciale, dall’impasse del WTO e dalla crescente competizione geopolitica, che spinge l’Unione europea a rilanciare la strategia degli accordi bilaterali. Nel 2019 la Commissione europea annuncia il raggiungimento di un accordo politico UE–Mercosur, presentato come uno dei più ambiziosi mai conclusi dall’Unione. L’annuncio apre però una fase di forte contestazione interna, legata all’impatto sull’agricoltura europea, ai rischi ambientali, alla deforestazione amazzonica e alla coerenza dell’accordo con gli obiettivi climatici dell’Unione. Il mutato contesto globale – pandemia, crisi energetica, guerra in Ucraina e ritorno di politiche commerciali difensive – contribuisce a bloccare il percorso di ratifica, mentre il Parlamento europeo e diversi Stati membri ne mettono in discussione i presupposti. Dopo il cambio di governo in Brasile nel 2023 e una lunga fase di negoziati tecnici e politici, l’accordo UE–Mercosur viene infine formalmente sottoscritto e approvato in sede politica. Tuttavia, il testo è ora inserito in un percorso istituzionale complesso, che prevede il coinvolgimento del Parlamento europeo, i passaggi di ratifica nazionale e verifiche di compatibilità giuridica, in un clima politico reso ancora più teso dalle proteste degli agricoltori, dalle resistenze di alcuni Stati membri e dal riemergere di una critica strutturale alla globalizzazione commerciale. L’accordo UE–Mercosur si trova così in una condizione paradossale: concluso sul piano negoziale e politico, ma sospeso nei suoi effetti, oggetto di un conflitto che non riguarda più soltanto il commercio, bensì il modello di sviluppo, la tutela dell’ambiente, il ruolo dei consumatori e la capacità decisionale dell’Unione europea. È in questo quadro che si inserisce l’analisi che segue, dove il Mercosur diventa la metafora di un’Europa che, pur avendo formalmente scelto, continua a esitare sulle conseguenze della propria scelta, rischiando di assomigliare sempre più all’asino di Buridano.

 

 

  Il dilemma dell’asino è un noto esempio (molto semplificato) utilizzato da Buridano, filosofo e logico, rettore dell’università di Parigi nel XIV secolo, sulla difficoltà nel prendere decisioni. Difficoltà che portò l’asino dell’esempio citato a morire di fame nell’incertezza di scegliere tra due mucchi di fieno messi in due direzioni opposte. Mi è ritornato alla mente pensando alla vicenda UE/Mercosur.

Ue-Mercosur, accordo firmato. Il commercio globale volta paginaUN GIUDIZIO CHE IL TEMPO CONFERMA
Circa un anno fa in questo blog avevamo affrontato l’argomento del trattato commerciale con il Mercosur con un titolo significativo (Mercosur/UE: un accordo nell’epoca del neo-protezionismo, qui). Rileggendo i sintetici giudizi dati allora, si può rilevare che non ci si era sbagliati nel giudicare la dirigenza europea per la sua incapacità nell’assumere decisioni.
Allora dicevamo “i governi dei Paesi della UE sono in profonda crisi e devono trovare un sistema per superare la fase recessiva che incombe, sebbene essa sia mascherata dagli artifizi tecnici che riducono l’inflazione e dal tentativo di rilanciare gli investimenti riducendo i tassi d’interesse. Ma senza riavviare in modo deciso il sistema dei consumi e del commercio, non si vedono grandi vie d’uscita. Possiamo aggiungere che l’élite europea sembra priva di coraggio e creatività, ancorata al mercato dell’auto con motori a energia fossile, perno del sistema industriale, e ad un meccanismo di integrazione tra settori economici che marginalizza i servizi e li trasforma da sostegno agli investimenti in oggetto di profitto commerciale, come nel caso della sanità o dell’energia.”

CONSUMATORI, CRISI ENERGETICA E GUERRA DEI DAZI
Ci chiedevamo cosa fosse conveniente per i consumatori, assumendo il concetto che nella fase attuale un consumo giusto non potesse che essere sostenibile.
Oggi, come allora, i problemi per i consumatori non sono cambiati, anzi, si sono aggravati, dato l’aumento del prezzo del consumo base della nostra società: quello dell’energia, causato dai conflitti, e data anche la “guerra dei dazi”, che permette di giustificare, più o meno motivatamente, aumenti dei prezzi al consumo.
Questo influisce su ogni accordo, ma perché vi è una tale indecisione su questo accordo in sede comunitaria? E perché oggi, più di un anno fa, alcune categorie come quella degli agricoltori si muovono con blocchi stradali e manifestazioni a Bruxelles.

Accordo Ue-Mercosur: cos'è e perché crea polemicaCOSA C’È DAVVERO DIETRO UN ACCORDO COMMERCIALE
Dobbiamo richiamare i problemi di fondo che pone qualunque accordo commerciale: si dice che esso nasca su alcune certezze economiche, come la necessità di sbocchi commerciali, ma in realtà quasi sempre si basa sulla scommessa su alcuni fattori di rischio come la possibile dipendenza economica, oggi basata essenzialmente su oneri finanziari.
Ricordiamo che un accordo viene approvato formalmente dai governi (in questo caso da due forme comunitarie Ue e Mercosur) ma sostanzialmente sostenuto e realizzato dalle élite produttive e commerciali di ciascun singolo Paese membro delle due “aggregazioni”.
Le motivazioni che spingono a raggiungere o meno un accordo tengono in conto solo parzialmente – in modo più o meno importante – i problemi che ci poniamo come consumatori con domande come: un accordo commerciale servirà a migliorare le condizioni di vita dei diversi Paesi? Aiuterà a tutelare l’ambiente? Permetterà il rinnovo del patto sociale che è fallito sulle due sponde dell’Atlantico e senza il cui rinnovo non esisterà futuro per le nostre società?
Formalmente tutti sono d’accordo su questi argomenti, visti sempre in chiave positiva quando si valuta l’ipotesi di Trattato, argomenti su cui gli studi snocciolano dati che servono a confermare queste previsioni, ma poi? Ma poi valgono altre motivazioni.

una donna seduta sui gradini con una chitarraDAL MULTILATERALISMO AL MERCANTILISMO
Il perché di tanta incertezza risiede nel passaggio dalla fase del multilateralismo a quella attuale che sembra essere un ritorno al protezionismo, ma in realtà è qualcosa di diverso perché le multinazionali sono sempre più presenti e sostituiscono gli stati in molte funzioni, in alcuni casi storiche, come avviene in Danimarca per il servizio postale che non è più “universale”, avendo abolito la consegna della posta, demandato alle grandi società di corrieri.
Invece ci sembra che la fase assomigli più al periodo storico del mercantilismo, dottrina che precede il protezionismo e che si differenzia per essere una dottrina totale che mira all’aumento della potenza dello Stato la pratica. Il mercantilismo si sviluppa attraverso l’accumulo di metalli preziosi (in questo periodo il prezzo dell’oro sta salendo) e la bilancia commerciale attiva con il sostegno alle esportazioni.
Nel XVII e XVIII secolo tutto ciò portò allo sviluppo della pirateria, con cui i grandi stati coloniali cercavano di catturare reciprocamente tesori in viaggio sui mari e possedimenti delle colonie. Lo Stato perseguiva le sue mire espansionistiche con tutti i mezzi. Vi ricorda niente di attuale?

IL FALLIMENTO DELL’ORDINE ECONOMICO GLOBALE
In fondo il protezionismo, pericoloso per certi versi, si rivelò un utile strumento in Europa, utilizzato per proteggere la ricostruzione dell’industria dopo la Seconda guerra mondiale, espandere il mercato interno e, secondariamente, anche espandere le esportazioni.
Con il multilateralismo realizzato con l’accordo sulle tariffe raggiunto con il GATT a metà anni Novanta e la creazione del WTO (l’organismo di organizzazione del commercio mondiale) si riteneva raggiunto il completamento delle grandi istituzioni mondiali per il governo del pianeta: l’ONU, il Fondo monetario, la Banca mondiale ed il WTO. Invece è tutto fallito.
I piccoli potentati locali che governano gli stati nazionali hanno un orizzonte limitato sia nel tempo (pensano alle tornate elettorali), sia nello spazio (guardano agli interessi delle categorie che li sostengono, a loro volta ancorate al modo più comodo per aumentare i profitti). E cercano la guerra su tutti i piani possibili.

UN ACCORDO INEVITABILE E UNA EUROPA DIVISA
Avevamo detto che l’accordo con il Mercosur si farà. Restiamo di questo parere, nostro malgrado e malgrado le proteste che si levano dai settori, come l’agricoltura, che si ritengono danneggiarti da esso.
Lo dimostra il fatto che sia stato siglato l’accordo della UE con l’India per creare una zona di libero scambio (l’India è uno degli Stati componenti l’accordo commerciale dei cosiddetti BRICS, di cui fa parte anche il Brasile, a sua volta Paese guida dell’accordo del Mercosur); perché la UE dovrebbe rinunciare ad un ulteriore accordo che la svincoli dalla tenaglia che gli USA cercano di stringere con la vendita del gas a caro prezzo e la dipendenza dai brevetti informatici statunitensi?
Ma l’incertezza è data dalla possibilità – da un lato – di espandere l’industria europea ed uscire dalla crisi che l’affligge attraverso questi accordi e – dall’altro lato – dalla necessità di tutelare le élite ed i gruppi di potere dei singoli stati attraverso politiche nazionali che con accordi bilaterali consentano la sopravvivenza, non importa se a scapito degli altri colleghi della Unione europea.
Nell’incertezza è passato un anno e, di questo passo, la UE assomiglierà sempre più all’asino di Buridano.

AGRICOLTURA, AMBIENTE E IL PARADOSSO FINALE
In questo vi è la debolezza degli agricoltori che protestano. Essi si sono legati mani e piedi al sistema agroindustriale che vuole l’accordo per non perdere spazio e per dare alla UE una più solida ossatura nella lotta di potere globale.
Il paradosso è che agricoltura e ambiente, nonché le stesse condizioni produttive dell’industria a tecnologia avanzata, richiedono una protezione dell’ambiente e delle risorse, mentre simili accordi prevedono un livellamento delle condizioni di produzione e di consumo ed un mantenimento di assetto produttivi preesistenti.

CIBO, SALUTE E DIRITTI DEI CONSUMATORI
La qualità dei prodotti e la protezione della salute dei consumatori scenderà molto, come sosteniamo nel comunicato su questa vicenda firmato assieme al WWF ed altre associazioni italiane (qui).
Occorrerebbe togliere l’agricoltura dall’accordo GATT, perché il cibo non è una merce, ora che il sistema multilaterale è superato dagli eventi e proliferano gli accordi bilaterali, mantenendo un sistema di tutela internazionale sui consumi.
Lotteremo per questo. L’obiettivo dei consumatori a livello mondiale per quest’anno è: “SAFE PRODUCTS, CONFIDENT CONSUMERS”, cioè avere garanzia di sicurezza e qualità nei prodotti per aumentare la fiducia dei consumatori.

Gianfranco Laccone, agronomo, presidenza nazionale ACU Associazione Consumatori Utenti

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