Viviamo un’epoca in cui la percezione del futuro è diventata sempre più sfuggente e incerta. Ogni inizio d’anno porta con sé un misto di speranza e inquietudine, un desiderio di prevedere ciò che ci attende e, allo stesso tempo, la consapevolezza che le nostre capacità di controllo sono messe a dura prova da fenomeni globali di portata senza precedenti. Il 2026 si apre sotto il segno di una consapevolezza nuova e, per certi versi, disarmante: il mondo in cui viviamo sta cambiando a una velocità che supera le nostre previsioni, mettendo in discussione le certezze su cui abbiamo costruito il nostro modo di vivere, produrre, spostarci e persino pensare. Il cambiamento climatico, ormai evidente e documentato da dati scientifici inconfutabili, non è più una minaccia lontana o un argomento per addetti ai lavori. È una realtà che si manifesta ogni giorno, con temperature record, eventi meteorologici estremi, alterazioni profonde degli equilibri naturali e sociali. Le conseguenze di questi mutamenti non si limitano all’ambiente: investono la salute pubblica, l’economia, la sicurezza alimentare, la stabilità politica e la convivenza tra i popoli. Le migrazioni di massa, le tensioni internazionali, il riarmo e le guerre sono fenomeni che si intrecciano con la crisi climatica, alimentando un circolo vizioso che rischia di compromettere il futuro delle prossime generazioni. In questo scenario complesso e spesso inquietante, emerge con forza la necessità di ripensare il nostro rapporto con il pianeta e con gli altri esseri viventi. Non basta più affidarsi a soluzioni tecniche o a politiche di breve respiro: serve una trasformazione profonda dei nostri valori, delle nostre priorità e delle nostre strategie collettive. La cooperazione, più che la competizione, si rivela la chiave per affrontare le sfide che ci attendono. Solo attraverso un impegno condiviso, che coinvolga governi, istituzioni, imprese, comunità e singoli cittadini, sarà possibile costruire un futuro più resiliente, equo e sostenibile. Questo articolo nasce dalla volontà di offrire una riflessione ampia e articolata su questi temi, partendo dai dati più recenti e dalle analisi degli esperti, ma anche dalla consapevolezza che ogni scelta individuale e collettiva può fare la differenza. L’obiettivo è quello di stimolare una presa di coscienza diffusa e di promuovere un dibattito costruttivo sulle strade da percorrere per non lasciare che il destino dell’anno appena iniziato – e di quelli a venire – sia già scritto. Perché, nonostante tutto, il futuro resta nelle nostre mani.

 

Ogni anno cerchiamo di immaginare, capire, magari indovinare, come sarà l’anno che comincia. Questa curiosità è, per me, praticamente inesistente per l’anno in corso. Condivido il giudizio espresso da un mio carissimo amico: “dopo tre giorni, sappiamo già come andrà quest’anno!” e per esserne completamente sicuro ho atteso queste tre settimane, alla fine delle quali è stato pubblicato il rapporto sull’andamento climatico, basato sui dati Copernicus. L’incipit del comunicato è lapidario ed inequivocabile.
“I dati del rapporto “Global Climate Highlights” di Copernicus – pubblicato il 14 gennaio 2026 – mostrano che nel 2025 le temperature mondiali sono state le terze più alte mai registrate, assestandosi appena 0,01ºC al di sotto dei livelli del 2023. Sebbene il 2024 rimanga l’anno più caldo mai documentato, il 2025 lo ha seguito da vicino, con valori nettamente superiori alle medie storiche. Anche in Europa, lo scorso anno è stato il terzo più caldo mai registrato.”Spruzzi d'acqua sulla formazione rocciosa marrone durante il giorno

Il rapporto mette in evidenza un ulteriore elemento che spazza via le nostre velleità di prevedere e poter gestire il futuro. Parla del superamento, per la prima volta, della soglia di +1,5° della media delle temperature del triennio rispetto alla media storica. Un valore di riferimento che fu preso come pietra di paragone nel corso di tutti gli incontri planetari sul clima a partire dalle diverse COP, un punto critico per valutare l’irreversibilità del processo di riscaldamento della terra. Avvenuto per la prima volta e con molto anticipo rispetto alle previsioni, più che gettare sconforto, questa constatazione ci pone dinanzi alla necessità di approfondire gli studi (ma non sembra che l’argomento sia molto considerato nei finanziamenti della ricerca scientifica) e soprattutto di aumentare la nostra capacità di adattamento, perché questo è l’aspetto che ci servirà per dare un futuro alle prossime generazioni.

Non c’è molto da aggiungere se non sorridere amaramente sulle due ragioni che hanno portato a questi risultati. La prima ragione, evidente da tempo, è la continua crescita delle emissioni di gas serra che i polmoni verdi del pianeta (le grandi foreste) non riescono più a contenere, assorbendo in modo insufficiente la CO2 presente nell’atmosfera; la seconda ragione è più nascosta, ma più pericolosa: l’aumento senza precedenti delle temperature marine superficiali, fatto che modifica sostanzialmente la regolazione termica del pianeta, di cui gli oceani sono i principali artefici e, con essa, il ciclo dell’ossigeno che trova nel mare il suo luogo di partenza.
Quindi, il mondo procede ormai a ruota libera. Ci sono effetti diversi, che si manifestano modificando in modo differente alcuni aspetti nelle varie parti del pianeta; insomma, il riscaldamento globale non comporta un uniforme aumento del calore e una riduzione delle piogge. Ci sono aree in cui lo scioglimento dei ghiacci aumenta più velocemente, cioè ai Poli – maggiormente nell’Antartide. Ci sono parti delle terre emerse che si riscaldano più velocemente (l’Europa) che, a loro volta, vedono prodursi effetti diversi al loro interno: ad esempio, in Italia si ottiene un aumento degli eventi estremi, persino più evidente dell’aumento delle temperature.

Parlando della penisola italiana, questo aumento degli “eventi estremi” ha comportato addirittura un aumento delle piogge il cui effetto, però, non ha portato ad avere un aumento dell’acqua disponibile, ma uno stravolgimento dei cicli biologici e del rapporto tra le specie viventi. Lo constatiamo in questi giorni, in cui si attraversa quello che io definisco “il monsone d’inverno del Mediterraneo”, con giorni di pioggia e tempesta accompagnati da variazioni di temperatura di oltre +10°, eventi che si concentrano nella parte terminale della Valle Padana e sulle coste nord tirreniche. Niente di imprevedibile, perché sono anni che, anche in queste pagine, parliamo delle alluvioni in Romagna e delle tempeste in Liguria o Toscana; ma i governi (e con essi i mezzi di informazione) li hanno ritenuti ancora un evento eccezionale contro cui è sufficiente istituire una assicurazione obbligatoria generalizzata per essere in grado di tamponarne gli effetti. La miopia di questo comportamento sarà evidente con il passare del tempo e segnerà una delle occasioni perse da questo Paese per dare una svolta al suo avvenire.Un primo piano di un mucchio di roba verde
Quindi se possiamo fare una prima previsione, è quella di avere settimane di caldo anche fuori dal periodo classico, piogge concentrate, sbalzi di temperatura. Con queste condizioni di umidità e di temperatura i virus e i batteri andranno a nozze e aumenteranno le ondate di malattie conseguenti alla presenza di inquinanti nell’aria e di agenti biologici patogeni per noi e per gli animali e le piante di cui ci siamo circondati per garantirci la sopravvivenza.

Che rapporto hanno due eventi sociali (guerre e migrazioni) e con essi la produzione di manufatti e servizi delle società del pianeta con il cambiamento climatico in corso? Per le migrazioni ci sono racconti, cronache, storie del passato che mostrano come in periodi diversi i popoli che migrarono nel nord dell’emisfero boreale usufruirono di climi più miti per navigare su mari che oggi vediamo ancora ghiacciati. Racconti che ci parlano di climi tanto miti da constatare l’esistenza di allevamenti e di coltivazioni in Groenlandia e da non dover citare l’esistenza di grandi blocchi di ghiaccio nei loro viaggi nei mari. L’arrivo della “piccola glaciazione” (PEG) a metà del XIV secolo prolungatasi sino al XIX secolo, ha coinciso con l’aumento dei movimenti di popolazioni sull’emisfero nord del pianeta. Possiamo ritenere che il cambiamento climatico odierno non realizzi gli stessi fenomeni? Dovremmo ritenere normali le migrazioni che oggi avvengono sul pianeta. Da questa previsione molto facile, ne deriva il fatto che sostenere politiche di chiusura delle frontiere è veramente privo di senso.

Una persona contempla una gigantesca bomba atomica sospesa.Non ci vuole molto a collegare questa chiusura delle frontiere al conseguente riarmo generalizzato che attraversa tutta la Terra e la cui entità è tale da stravolge l’assetto di tutte le economie comprese quelle maggiori che in buona parte già fondavano i loro assetti economici sugli armamenti. L’aumento delle guerre renderà inutili tutti i calcoli e le strategie effettuate per regolare le economie. Oltre alle ferite e ai lutti causati tra gli umani, esistono quelli operati tra gli animali e le piante, della cui importanza ci parla la storia passata: l’avvio delle grandi epidemie è sempre avvenuto dopo l’avvio di grandi sconvolgimenti nell’assetto del territorio, in genere causati da guerre o da modifiche rapide dell’assetto sociale.

Merita un capitolo a parte l’analisi di quali motivazioni spingano realmente a scatenare una guerra, oltre quelle retoricamente sostenute; il possesso dell’energia e delle sue fonti sono le vere ragioni, ragioni miopi poiché parliamo di fonti energetiche in progressivo esaurimento. L’uomo, purtroppo, non agisce come le piante, che trovano nel territorio tutte le informazioni necessarie a costruire un avvenire per la propria specie e si comportano di conseguenza, assumendo abitudini e atteggiamenti che, aiutando gli altri individui, permettono di avere uno spazio ed una ragione per la propria esistenza.
In questo quadro ritengo ovvia la previsione che vedrà gli umani armarsi sempre più nel corso dell’anno per giungere infine ad un confronto per la spartizione del potere e delle terre diversa da quella attuale. Se non è già accaduto è solo perché ancora nessuno si ritiene più forte dell’altro e nessuno è sicuro che le popolazioni, inquiete e spesso angosciate per questo orizzonte, seguano i voleri di una minoranza che vive barricata nel lusso e nell’indifferenza.

albero marroneE concludo riportando l’elemento che può modificare queste reali previsioni, facili e fosche, nel loro contrario: la cooperazione tra i viventi. Contrariamente alla interpretazione delle leggi sull’evoluzione espresse da Darwin, la competizione non è il principale elemento, ma solo uno di essi a disposizione dello sviluppo della vita sul pianeta. A mio avviso, è la cooperazione l’elemento principale che permette lo sviluppo e l’affermazione delle diverse specie e, se in alcune fasi si ha un prevalere della competizione, alla fine solo attraverso la cooperazione le diverse specie saranno in grado di mantenere una presenza stabile sul pianeta.
Per me, che da agronomo studio la vita delle piante, la cooperazione è lo strumento tra specie che consente di essere “resilienti” e di ottenere informazioni e messaggi in grado di sostenere i diversi sistemi “naturali”, sistemi in cui stanno rientrando anche quelli urbani che andrebbero meglio analizzati da questo punto di vista.

Cooperare e non combattere sarà il verbo in grado di modificare un anno che dopo pochi giorni non ha più segreti.

Gianfranco Laccone, agronomo, presidenza nazionale ACU Associazione Consumatori Utenti

ISCRIVITI AD ACU, CLICCA QUI