L’uscita degli Stati Uniti dall’UNFCCC e da decine di organizzazioni ONU e internazionali non è soltanto una scelta di politica climatica, né l’ennesima oscillazione nella storia dell’altalena americana sul clima. È un gesto che mette in discussione l’intero sistema di cooperazione globale e solleva interrogativi profondi sul ruolo delle grandi potenze nelle crisi planetarie. La Convenzione quadro sul clima, infatti, non è un organismo qualunque: è il pilastro della governance climatica mondiale, il contenitore giuridico che ha reso possibile l’Accordo di Parigi del 2015 e il sistema di trasparenza e revisione delle emissioni che lo sostiene. Uscire dall’UNFCCC significa sottrarsi non solo a obblighi procedurali, ma anche all’idea stessa che il climate change possa essere affrontato come responsabilità condivisa. La retorica della sovranità nazionale, invocata per giustificare la decisione, nasconde in realtà una scelta più radicale: isolarsi dai luoghi in cui si negoziano regole comuni, standard globali e strategie di lungo periodo. È un passo che non riguarda solo ciò che gli Stati Uniti smetteranno di fare, ma ciò che diventa legittimo non fare, trasformando l’assenza in un precedente per il futuro del multilateralismo. Questa scelta obbliga il mondo a interrogarsi su come continuare la cooperazione climatica senza la leadership americana e mette in luce una verità scomoda: il clima non è solo un problema tecnico o scientifico, ma anche un banco di prova della responsabilità politica e della capacità delle istituzioni di pensare oltre il breve termine.
L’uscita degli Stati Uniti dall’UNFCCC (per approfondire cos’è e cosa fa l’UNFCCC visita il loro sito dal link in questa pagina) e da altre sessantasei organizzazioni ONU e internazionali non è una semplice scelta di politica settoriale, né l’ennesimo colpo di scena nella lunga storia dell’altalena climatica americana. È qualcosa di più profondo: una dichiarazione di distanza dal mondo così come è stato costruito negli ultimi trent’anni. Quando Washington decide di sfilarsi dal principale quadro giuridico della cooperazione climatica globale, manda un messaggio che riguarda il climate change solo in parte. Il messaggio vero è politico e culturale: il multilateralismo non è più considerato uno strumento, ma un ostacolo.
L’UNFCCC COME ARCHITRAVE DIMENTICATA
La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici non è un organismo qualunque. È il pilastro dell’intero edificio della governance climatica globale. Senza l’UNFCCC non esisterebbero le COP, non esisterebbe il sistema di reporting sulle emissioni, e soprattutto non esisterebbe l’Accordo di Parigi del 2015. Uscirne significa smantellare il rapporto stesso tra Stati Uniti e l’idea di responsabilità condivisa di fronte a una crisi planetaria. È un gesto che rompe con trent’anni di diplomazia climatica, anche nei suoi momenti più contraddittori.
L’ACCORDO DI PARIGI SVUOTATO DALL’INTERNO
L’Accordo di Parigi del 2015 è stato spesso criticato per la sua debolezza giuridica e per l’assenza di binding sanctions. Ma la sua forza non stava nella coercizione, bensì nella pressione politica reciproca e nella costruzione di un consenso globale progressivo. Ritirarsi dall’UNFCCC significa sottrarsi a quel meccanismo, rendendo irrilevante ogni impegno, ogni revisione, ogni long-term target. Non è solo un passo indietro rispetto a Parigi: è la negazione dell’idea stessa che il clima possa essere governato collettivamente.
LA SOVRANITÀ COME ALIBI
La giustificazione ufficiale del ritiro ruota attorno alla sovranità nazionale e alla difesa degli interessi economici interni. Ma qui la sovranità diventa un rhetorical alibi. Nessuna organizzazione ONU impone agli Stati Uniti politiche climatiche specifiche, così come l’Accordo di Parigi non obbliga a obiettivi fissati dall’esterno. La scelta americana non difende la sovranità: la isola. E la trasforma in una categoria ideologica usata per giustificare l’uscita dai luoghi in cui si decidono le global rules of the game.
L’EFFETTO DOMINO DEL DISIMPEGNO
L’abbandono simultaneo di decine di organismi internazionali, molti dei quali operano su diritti umani, cooperazione allo sviluppo, salute, scienza e ambiente, disegna una traiettoria coerente di disimpegno. Non si tratta di una selezione mirata, ma di una systemic retreat. Il rischio non è solo l’indebolimento di queste istituzioni, ma la normalizzazione dell’unilateralismo. In un mondo segnato da crisi climatiche, sanitarie e geopolitiche interconnesse, è una scommessa che somiglia più a una fuga che a una strategia.
IL VUOTO DI LEADERSHIP E CHI LO RIEMPIRÀ
Ogni ritiro crea un vuoto. Nel caso del clima, quel vuoto riguarda la leadership politica, economica e simbolica. Gli Stati Uniti rinunciano a influenzare standard, regole, priorità e flussi finanziari. Altri attori, dall’Unione europea alla Cina, sono pronti a occupare quello spazio, non necessariamente con un’agenda più ambiziosa, ma certamente con maggiore continuità. L’uscita americana non ferma la transizione globale, ma ne modifica gli equilibri e riduce la capacità di orientarla.
UN MESSAGGIO PERICOLOSO
Il segnale più inquietante non è ciò che accade oggi, ma ciò che viene legittimato per il futuro. Se la principale potenza storica può uscire dall’UNFCCC e dal sistema dell’Accordo di Parigi senza pagare un prezzo politico immediato, altri governi potrebbero sentirsi autorizzati a fare lo stesso. Il multilateralismo climatico vive di esempi e di imitazioni. Quando l’esempio è il disengagement, il rischio è una lenta erosione della fiducia globale.
IL CLIMA COME CARTINA DI TORNASOLE DEMOCRATICA
La scelta americana rivela infine una verità più scomoda: il clima è diventato una cartina di tornasole della qualità democratica e della capacità delle istituzioni di pensare nel lungo periodo. Uscire dall’UNFCCC significa rifiutare l’idea che esistano limiti fisici, responsabilità storiche e doveri verso le generazioni future. Non è solo una decisione di foreign policy. È una presa di posizione sul tipo di mondo che si è disposti ad abitare.
RESTARE SENZA L’AMERICA, O RESTARE FERMI
Il paradosso è che il sistema climatico globale dovrà andare avanti comunque. Senza gli Stati Uniti al tavolo, o con il rischio di restare paralizzato. La vera alternativa, oggi, non è tra cooperazione perfetta e cooperazione imperfetta, ma tra continuare nonostante tutto o accettare l’immobilismo. Se l’Accordo di Parigi e l’UNFCCC sopravvivranno a questa uscita, lo faranno come strumenti meno universali ma forse più sinceri. E sarà allora evidente che il problema non era il multilateralismo, ma chi ha scelto di abbandonarlo.
Hèléne Martin


