L’Italia è un Paese tra i più vulnerabili d’Europa agli effetti del cambiamento climatico. Dalle alluvioni in Emilia-Romagna agli incendi che ogni estate devastano boschi e città, passando per siccità record e ondate di calore senza precedenti, il quadro è chiaro: la crisi climatica è già tra noi, con costi economici, sociali e umani enormi. Eppure, mentre il pianeta brucia, la politica italiana sembra incapace di trasformare l’emergenza in decisioni strutturali. Dal voto politico del 2022 ad oggi, il dibattito pubblico sul clima è stato spesso ridotto a narrazione elettorale, a slogan più o meno green o a promesse di solidarietà dopo il disastro. A livello nazionale, i piani strategici di adattamento sono arrivati con anni di ritardo, spesso privi di fondi o strumenti di attuazione, mentre i governi hanno continuato a intervenire quasi esclusivamente in chiave emergenziale. Sul fronte europeo, l’Italia ha navigato tra prudenza e resistenze tattiche, oscillando tra il sostegno a normative climatiche ambiziose e la ricerca di flessibilità che salvaguardasse interessi economici o industriali interni. Ma ciò che colpisce di più non è solo l’inerzia della maggioranza di governo: anche l’opposizione parlamentare ha mostrato limiti evidenti. Temi come l’adattamento climatico o la resilienza territoriale sono stati sollevati saltuariamente, valorizzati in campagne elettorali come quella di Elly Schlein nel PD, dove la crisi climatica è stata uno dei temi di punta, per poi essere rapidamente accantonati quando è arrivato il momento di tradurli in iniziative concrete. Persino le forze più attente all’ambiente, come l’Alleanza Verdi e Sinistra, hanno trovato la loro capacità di incidere limitata dalla marginalità numerica e dall’incapacità di imporre una strategia nazionale coerente. In questo contesto, emerge un quadro inquietante: la politica italiana ha deciso di trattare il cambiamento climatico come un problema tecnico da gestire post-evento, un’emergenza da risolvere con commissari e ristori, senza mai affrontare le cause profonde della vulnerabilità del Paese. Il clima diventa così un fenomeno naturale, ineluttabile, senza colpevoli politici, mentre il Paese continua a pagare il conto di ogni disastro, senza costruire resilienza, prevenzione o strategie reali di adattamento. Nell’articolo che segue provo ad analizzare fatti concreti, atti parlamentari, iniziative nazionali e comportamenti europei dei principali partiti italiani dal 2022 a oggi, per capire chi ha davvero agito, chi ha resistito e chi, semplicemente, ha scelto di ignorare la crisi climatica.
La politica italiana non ha solo dimenticato l’adattamento ai cambiamenti climatici: l’ha trasformato in uno specchietto per le allodole.
Dal voto politico del settembre 2022 fino alle elezioni europee del 2024 e oltre, il tema del clima è stato gestito come un problema tecnico, non come una scelta politica radicale. Il risultato è che si pagano i danni, ma non si previene nulla, né a livello nazionale né in sede europea.
Nonostante la consapevolezza scientifica sull’urgenza climatica, il dibattito politico italiano ha raccolto questa questione solo sporadicamente e quasi esclusivamente in chiave elettorale, decidendo poi di abbandonarla rapidamente nella pratica delle decisioni concrete.
MAGGIORANZA DI GOVERNO: MITIGAZIONE TIEPIDA, ADATTAMENTO ASSENTE
Fratelli d’Italia (FdI)
Anche dentro il Parlamento europeo, il gruppo di Fratelli d’Italia si è spesso allineato alle forze più critiche verso gli impegni vincolanti del Green Deal europeo. In diverse tornate di voto, il gruppo ha votato contro o avanzato emendamenti di indebolimento su norme ambientali che avrebbero rafforzato obiettivi di riduzione delle emissioni e di tutela della natura, inclusi passaggi chiave delle proposte Fit for 55 e della Nature Restoration Law. Questa opposizione si traduce in resistenze pragmatiche alla transizione ecologica più che in proposte alternative credibili.
Sul piano nazionale, gli interventi reali sono stati limitati a gestioni post‑emergenza, senza integrare misure di prevenzione collegabili al clima nelle grandi opere, nel consumo di suolo o nella pianificazione territoriale.
Lega e Forza Italia
I gruppi parlamentari italiani di centro‑destra hanno mantenuto una posizione cauta, a volte ambigua, rispetto alle normative europee più ambiziose. Ad esempio, sulla direttiva per l’efficienza energetica e sulle normative che potenziano altri strumenti di mitigazione, Lega e Forza Italia hanno promosso emendamenti per ottenere maggiore flessibilità, ma non iniziative proattive sul clima. Ciò ha contribuito a un quadro in cui l’Italia si è spesso limitata a adeguarsi per non essere tagliata fuori, senza spingere per obiettivi più stringenti.
In campagna elettorale italiana per le europee 2024, studi indipendenti hanno mostrato come il clima sia stato quasi completamente assente dai discorsi dei principali leader politici, inclusi quelli di FdI e Lega, con percentuali di dichiarazioni dedicate alla crisi climatica che arrivano a malapena all’8 % del totale e spesso non direttamente focalizzate sulla crisi climatica.
In sostanza, la maggioranza ha scelto di non affrontare l’adattamento climatico se non come problema contingente da gestire post‑evento, e sulla mitigazione si è concentrata su narrazioni generiche di energia e competitività piuttosto che su riduzioni vincolanti delle emissioni.
OPPOSIZIONE ITALIANA: UN’ATTENZIONE INTERMITTENTE CHE NON DIVENTA AZIONE
Partito Democratico (PD)
All’inizio della campagna per le elezioni europee del 2024, la segretaria del PD Elly Schlein si è distinta per aver portato il tema ambientale all’interno della narrazione politica del partito, sfruttando temi come la crisi climatica e l’ascolto della scienza per mobilitare un elettorato più giovane e sensibile alle questioni ecologiche. In alcune dichiarazioni pubbliche nei mesi precedenti alle europee, Schlein aveva esplicitamente riconosciuto la necessità di ascoltare la scienza climatica, anche difendendo l’urgenza di ascoltare manifestazioni e richieste di attivisti del clima.
Tuttavia, nella fase efficace dell’agenda politica, inclusa l’attività parlamentare e post‑elettorale, queste aperture tematiche non si sono tradotte in iniziative concrete di adattamento climatico o in lotte parlamentari incisive. Infatti, nelle discussioni sul PNACC, su fondi strutturali o sull’uso delle risorse del PNRR, il PD ha spesso privilegiato un approccio più tradizionale di allineamento alle normative europee senza imporre una revisione robusta delle politiche territoriali italiane esposte ai rischi climatici. Questo gap tra retorica elettorale e azione di governo/opposizione ha indebolito la coerenza del partito sul clima.
Nel Parlamento europeo, i deputati PD hanno sostenuto normative come la Nature Restoration Law e altre iniziative del Green Deal, contribuendo a bloccare tentativi di indebolimento da parte di gruppi più conservatori. Tuttavia, questo sostegno europeo non si è tradotto altrettanto saldamente in un’agenda nazionale integrata di mitigazione e adattamento.
Movimento 5 Stelle (M5S)
Il M5S ha mostrato una attenzione intermittente sulla crisi climatica, con dichiarazioni e iniziative sporadiche su temi come acqua, dissesto idrogeologico e territori a rischio. Tuttavia, questa attenzione non si è trasformata in azioni sistemiche né in proposte normative organiche di adattamento climatico a livello nazionale o europeo. All’assise europea, i M5S sono stati parte di coalizioni più attente alle questioni ambientali in alcuni voti, ma senza peso decisivo.

Alleanza Verdi e Sinistra
È l’unica forza di opposizione che ha mantenuto una coerenza tematica sull’ambiente e il clima, collegando crisi climatica, tutela della natura e giustizia territoriale. In sede europea e nazionale, i suoi rappresentanti hanno sostenuto norme ambientali più ambiziose, come l’obiettivo di ampliare la Nature Restoration Law e normative collegate alla biodiversità. Tuttavia, il gruppo è rimasto numericamente debole, senza la capacità di imporre un’agenda parlamentare climatica robusta.
EUROPA: DOVE L’ITALIA RESTA SPETTATRICE PIÙ CHE PROTAGONISTA
A livello europeo, normative chiave come il pacchetto Fit for 55, la Nature Restoration Law, e le riforme al mercato europeo del carbonio (ETS) rappresentano strumenti essenziali per mitigazione e, in parte, adattamento.
I gruppi politici italiani, quelli di centro‑destra in particolare, non hanno sfruttato questi momenti per spingere l’Unione ad assumere obiettivi più ambiziosi su adattamento e resilienza territoriale: hanno piuttosto cercato di ottenere maggiore flessibilità o di attenuare alcuni passaggi. Il PD e le forze d’opposizione più progressiste hanno sostenuto l’ambiente in votazioni cruciali, ma la relativa marginalità numerica e l’assenza di una strategia unitaria nazionale coerente hanno reso l’Italia più spettatrice che protagonista nella definizione di politiche europee.
IL GRANDE ACCORDO SULL’INAZIONE CLIMATICA
La politica italiana, dentro e fuori l’Europa, ha scelto un compromesso informale: parlare di clima quando conviene alle urne, evitarlo quando si decide il reale orientamento delle politiche pubbliche.
Temi come l’adattamento climatico e la prevenzione strutturale restano sullo sfondo, sostituiti da gestioni emergenziali e da narrazioni elettorali.
In questa strategia di silenzio bipartisan, l’Italia continua a pagare i danni del cambiamento climatico senza cambiare la sua vulnerabilità territoriale, né a livello nazionale né europeo.
Il clima resta un’emergenza senza responsabili politici reali.
Giuseppe d’Ippolito


