Alla fine del 2025 la crisi climatica non è più un tema da convincere, ma un problema da gestire. Governi, istituzioni internazionali e grandi imprese riconoscono apertamente l’esistenza del riscaldamento globale, ne citano i dati, ne evocano l’urgenza. Eppure, proprio mentre il consenso sul problema si consolida, la capacità di affrontarne le cause strutturali sembra indebolirsi. Questo scarto non è casuale. Negli ultimi anni, la lotta ai cambiamenti climatici si è progressivamente spostata dal terreno del conflitto politico a quello della narrazione rassicurante. La crisi non viene negata, ma diluita; non respinta, ma resa compatibile con l’inerzia. È in questo spazio che prosperano il greenwashing politico e la retorica della responsabilità individuale: due strategie diverse, ma complementari, che consentono di parlare molto di clima senza mettere realmente in discussione rapporti di potere, modelli produttivi e priorità economiche. Il bilancio di fine 2025, dunque, non può limitarsi a un elenco di obiettivi dichiarati o di percentuali di riduzione delle emissioni. Deve interrogare il modo in cui il problema climatico viene raccontato, distribuito moralmente e depotenziato sul piano delle decisioni pubbliche. Perché oggi la questione non è se stiamo facendo abbastanza, ma chi viene chiamato a fare cosa, con quali strumenti, e a quale costo politico. È da questa prospettiva che l’articolo prova a leggere lo stato della lotta ai cambiamenti climatici in Italia, in Europa e nel mondo: non come una semplice sfida ambientale, ma come un banco di prova della sincerità delle politiche pubbliche e della qualità della nostra democrazia.

 

Alla fine del 2025 il bilancio sulla lotta ai cambiamenti climatici non può più essere letto solo in termini di tonnellate di CO₂, percentuali di rinnovabili o nuovi obiettivi dichiarati. Il vero dato politico dell’anno è un altro: la crisi climatica è ormai pienamente riconosciuta, ma sistematicamente neutralizzata sul piano delle responsabilità. Non negata, bensì resa compatibile con l’inerzia.
In questo spazio si colloca il greenwashing politico: non la negazione del problema, ma la sua gestione comunicativa. Una gestione che produce consenso senza produrre cambiamento.

Un grande iceberg che galleggia sulla cima di uno specchio d'acquaDAL NEGAZIONISMO ALLA NARRAZIONE RASSICURANTE
Nel 2025 il negazionismo climatico esplicito è diventato marginale nei paesi occidentali. Quasi tutti i governi dichiarano di prendere sul serio l’emergenza climatica. Ma proprio per questo il conflitto si è spostato: non più sull’esistenza del problema, bensì sulla sua interpretazione e sulle soluzioni legittime.
Il greenwashing politico si manifesta così nella moltiplicazione di strategie, piani, roadmap, target “indicativi”, spesso accompagnati da linguaggi che evocano equilibrio, gradualità, neutralità tecnologica. Parole che, nella pratica, servono a rimandare decisioni strutturali e a proteggere assetti economici esistenti.
Il risultato è un paradosso: più si parla di clima, meno si interviene sulle cause profonde della crisi.

IL QUADRO GLOBALE: RESPONSABILITÀ DILUITE, AMBIZIONE APPARENTE
A livello mondiale, il 2025 conferma un trend ormai consolidato: le emissioni globali non diminuiscono, nonostante l’aumento degli impegni formali. Gli Accordi di Parigi restano il riferimento simbolico, ma la loro attuazione è affidata a promesse nazionali che raramente si traducono in politiche coercitive.
Il greenwashing qui assume una forma multilaterale: ogni Stato rivendica i propri sforzi, indicando altri come principali responsabili. Le grandi economie emergenti richiamano la responsabilità storica dell’Occidente; i paesi industrializzati sottolineano i progressi tecnologici; i produttori di combustibili fossili parlano di transizione ordinata.
In questo gioco di rimandi, la somma delle buone intenzioni non produce una traiettoria compatibile con gli obiettivi climatici. La crisi climatica diventa così un problema collettivo senza un vero soggetto responsabile.

le persone si sono radunate fuori dagli edifici con il cartello Climate Justice NowUNIONE EUROPEA: LEADERSHIP CLIMATICA O LEADERSHIP NARRATIVA?
L’Unione europea continua a presentarsi come leader globale della transizione ecologica. E, rispetto ad altre aree del mondo, i dati le danno in parte ragione: le emissioni diminuiscono, le rinnovabili crescono, il quadro normativo è avanzato.
Ma il 2025 segna anche un cambio di tono. Il Green Deal, da progetto trasformativo, viene progressivamente ricodificato come vincolo da rendere compatibile con la competitività, con la sicurezza energetica, con il consenso elettorale. Le sospensioni, le deroghe e le revisioni diventano parte integrante del discorso climatico europeo.
Qui il greenwashing non consiste tanto nel mentire sui dati, quanto nel presentare come “realismo” ciò che è arretramento politico. La transizione resta l’obiettivo dichiarato, ma perde la sua forza prescrittiva. Non è più una necessità, bensì un’opzione condizionata.

ITALIA: QUANDO IL CLIMA DIVENTA UNA QUESTIONE DI COMPORTAMENTI
Il caso italiano rende particolarmente evidente un altro pilastro del greenwashing contemporaneo: la retorica della responsabilità individuale. Di fronte a politiche strutturali deboli o incoerenti, il discorso pubblico insiste su stili di vita, scelte di consumo, virtuosità dei cittadini.
Nel 2025 l’Italia continua a oscillare tra piccoli progressi e passi indietro. Le emissioni non seguono una traiettoria stabile di riduzione, i settori più critici restano sostanzialmente intatti, e l’adattamento climatico procede lentamente. Eppure, la comunicazione istituzionale enfatizza il ruolo del singolo: ridurre gli sprechi, scegliere prodotti sostenibili, compensare la propria impronta.
Questa narrazione ha un effetto preciso: trasferire il peso morale della crisi climatica dai decisori pubblici agli individui, senza fornire loro gli strumenti strutturali per incidere davvero. Il cittadino viene responsabilizzato, ma non messo nelle condizioni di scegliere alternative sistemiche.

IL CLIMA COME PROBLEMA MORALE DEPOTENZIATO
Alla fine del 2025, la crisi climatica è sempre più spesso presentata come un problema di comportamenti corretti, innovazione tecnologica futura e adattamento inevitabile. Meno come una questione di potere, disuguaglianze e scelte politiche presenti.
Il greenwashing politico funziona proprio così: non nega l’urgenza, ma la rende compatibile con lo status quo. La retorica della responsabilità individuale completa il quadro, offrendo una soluzione apparentemente democratica a un problema che, in realtà, richiede interventi strutturali e decisioni impopolari.

Segnaletica One WorldUN BILANCIO CHE CHIAMA IN CAUSA LA POLITICA
Il bilancio di fine 2025 sulla lotta ai cambiamenti climatici non è solo un bilancio ambientale. È un bilancio democratico. Misura la capacità delle istituzioni di dire la verità sul conflitto che la transizione ecologica comporta.
Finché il clima resterà intrappolato tra greenwashing politico e colpevolizzazione individuale, i progressi continueranno a essere reali ma insufficienti. Uscire da questa impasse significa riconoscere che la transizione non è una questione di equilibrio, ma di priorità. E che le priorità, per definizione, non sono mai neutre.

UNO SGUARDO AL 2026
Alla soglia del 2026, l’augurio non può essere generico né consolatorio. Non basta “fare di più”, né “accelerare” indistintamente. L’auspicio è che il nuovo anno segni l’uscita definitiva dal greenwashing politico e dalla scorciatoia della responsabilità individuale come alibi istituzionale.
Superare le criticità emerse nel 2025 significa, prima di tutto, spostare il baricentro del discorso pubblico: dal comportamento del singolo alle scelte strutturali; dalla comunicazione alla regolazione; dalla neutralità apparente alla dichiarazione esplicita delle priorità. Significa riconoscere che la transizione ecologica non è un problema di equilibrio, ma di conflitto tra interessi, e che quel conflitto va governato, non rimosso.
Per il 2026 l’auspicio è che la politica torni ad assumersi una responsabilità chiara: dire cosa non è più compatibile con gli obiettivi climatici, anche quando costa consenso; smettere di chiedere sacrifici individuali senza modificare le condizioni sistemiche; trattare il clima non come una variabile tra le altre, ma come una linea di demarcazione tra ciò che è ancora accettabile e ciò che non lo è più.
Solo così la lotta ai cambiamenti climatici potrà uscire dalla zona grigia delle buone intenzioni e diventare, finalmente, una scelta collettiva consapevole.
Questo, più di ogni slogan, sarebbe il vero segnale di svolta.
Buon 2026.

Giuseppe d’Ippolito