Il 3 dicembre scorso la Commissione Europea ha adottato RESourceEU, il nuovo piano d’azione per le materie prime critiche e strategiche, presentato come il tassello mancante per rafforzare l’autonomia industriale dell’Unione. Il programma — annunciato dopo mesi di pressioni geopolitiche e tensioni sulle forniture di terre rare — si propone di centralizzare gli approvvigionamenti, rilanciare l’estrazione interna e coordinare gli investimenti lungo l’intera filiera europea delle risorse strategiche. Nelle intenzioni ufficiali, RESourceEU rappresenta il passo successivo al Critical Raw Materials Act (CRMA) e dovrebbe tradurre in pratica gli obiettivi di resilienza, sicurezza e competitività stabiliti nel 2023. Ma dietro il linguaggio tecnocratico e la retorica dell’autonomia, il piano solleva interrogativi profondi: sul futuro dell’ambiente europeo, sull’effettiva capacità dell’UE di emanciparsi dalle dipendenze esterne, e soprattutto sulla trasformazione della governance delle risorse critiche in un dispositivo politico centralizzato e potenzialmente opaco. Quello che segue è un esame critico, senza concessioni, di ciò che RESourceEU promette — e di ciò che rischia realmente di produrre.

 

 Per capire la portata del nuovo piano RESourceEU adottato dalla Commissione, bisogna partire dall’oggetto più ambito del momento: le terre rare.
Questi elementi — indispensabili per magneti, motori elettrici, turbine eoliche, batterie, semiconduttori — sono la base materiale della transizione ecologica e digitale.
La retorica ufficiale sostiene che l’Europa, con RESourceEU, vuole “ridurre la dipendenza” dalla Cina, che oggi controlla oltre l’80% della raffinazione mondiale delle terre rare. Ciò perché il cuore del problema è la fame europea di terre rare.

Fotografia di escavatori nell'area minerariaMa il piano non spiega una cosa fondamentale: non esistono in Europa, neanche lontanamente, giacimenti o capacità industriali in grado di garantire un’autonomia reale.
E lo stesso Critical Raw Materials Act (CRMA), approvato nel 2023, lo ammetteva tra le righe: l’obiettivo europeo era solo quello di raggiungere dal 10 al 15% dell’estrazione globale entro il 2030 — una quota minima che non cambierebbe quasi nulla negli equilibri geopolitici mondiali.
RESourceEU, invece di colmare questa distanza abissale, la nasconde sotto uno strato di propaganda politica.

DAL CRMA A RESOURCEEU: IL SALTO INDIETRO MASCHERATO DA PROGRESSO
Il CRMA fissava tre pilastri: aumentare l’estrazione interna; rafforzare il riciclo; diversificare gli approvvigionamenti esteri. RESourceEU, però, fa un passo ulteriore e più pericoloso: centralizza l’intera governance delle materie prime critiche direttamente nelle mani della Commissione, con la promessa vaga di “acquisti congiunti”, finanziamenti coordinati e poteri straordinari.
Il risultato è un capovolgimento della logica originaria del CRMA. Invece di diversificare, RESourceEU rischia di creare un monopsonio europeo, con Bruxelles come unico acquirente. Invece di promuovere concorrenza, introduce un sistema para-industriale controllato da pochi decisori. Invece di ridurre i rischi, li concentra in un unico punto vulnerabile.
In altre parole: se la Cina è oggi il problema, non possiamo diventare la nostra “Cina interna”.

Una vista di una grande fossa aperta nel bel mezzo del nullaIL COSTO AMBIENTALE OCCULTO DELLE TERRE RARE: IL LATO OSCURO CHE L’UE NON CITA
L’estrazione delle terre rare è tra le attività più impattanti sulla biosfera ma usa acidi fortissimi producendo fanghi radioattivi; consuma enormi quantità d’acqua inquinando falde, terreni e corsi d’acqua.
Proprio per questo, l’Europa ha per decenni delocalizzato la produzione in Asia, accettando la dipendenza pur di non affrontarne gli effetti ambientali e sociali.
Ora, però, RESourceEU reversa questa logica senza assumersene le responsabilità. Infatti, il provvedimento europeo apre alla deregulation sulle acque (con la prevista revisione “flessibile” della Water Framework Directive annunciata dalla Commissione). E spinge per classificare come “strategici” impianti estrattivi che prima sarebbero stati bocciati da qualunque valutazione ambientale seria. Infine, considera “di interesse europeo” progetti che potrebbero devastare territori già fragili.
La contraddizione è gigantesca: la stessa UE che ha appena approvato la Nature Restoration Law ora prepara deroghe strutturali per perforare, scavare, drenare, inquinare.

IL RICICLO COME PRETESTO VERDE: CRMA LO PREVEDEVA, RESOURCEEU LO SNATURA
Il CRMA parlava molto di riciclo come pilastro della strategia europea.
Ma RESourceEU svuota questo principio, trasformandolo in semplice slogan.
Le terre rare sono riciclabili, sì, ma solo in minima parte e con processi costosi, energivori e spesso meno sostenibili dell’estrazione primaria.
E invece di investire seriamente in tecnologie innovative, l’UE preferisce usare il riciclo come foglia di fico per giustificare nuovi investimenti minerari, presentati come “inevitabili”.
Il risultato? Un paradosso: la “transizione verde” rischia di produrre miniere nere.

Chiavetta USB nera e argentoL’AUTONOMIA STRATEGICA CHE NON C’È: CRMA E RESOURCEEU ERANO NATI ZOPPI
La narrativa secondo cui RESourceEU ci libererà dalle dipendenze è una promessa politicamente utile ma tecnicamente falsa. Il CRMA stesso definiva l’autonomia europea come parziale e settoriale.
RESourceEU alza il tono ma non cambia la sostanza non tenendo in nessun conto la realtà: l’Europa non possiede abbastanza terre rare e non controlla la tecnologia di raffinazione (tutta cinese, giapponese o americana). A ciò si aggiunga che l’Europa non ha le infrastrutture chimiche per lavorare i minerali e non ha il capitale industriale per farlo senza massicci sussidi pubblici.
Ogni promessa di “indipendenza” è dunque un miraggio.
Peggio: se l’UE fallisce nell’autonomia, avrà sacrificato territori, ecosistemi e normative ambientali solo per accorciare la catena di dipendenze, non per eliminarle.

RESOURCEEU È UN PROGETTO DI POTERE, NON UN PROGETTO ECOLOGICO
Dietro il tecnicismo del linguaggio, si intravede una direzione chiara: più estrazione, più centralizzazione, più potere a cui si aggiungono meno controlli, meno tutela del territorio, meno democrazia.
Le terre rare diventano il grimaldello politico per imporre un nuovo modello industriale europeo basato su deroghe ambientali e governance verticale.
Il CRMA era già problematico, ma RESourceEU supera quella soglia e la trasforma in un programma di espansione industriale centralizzata che ricorda più le grandi pianificazioni del secolo scorso che un progetto di transizione sostenibile.
In un’Europa in cui tanti si riempiono la bocca di “sovranità”, il rischio è che finisca per diventare sovrana solo nel produrre nuovi danni.
E la vera domanda, allora, è semplice: possiamo davvero chiamare “verde” una transizione fondata su nuove miniere, nuove deroghe e nuovi poteri centralizzati?
La risposta è no.
È tempo di dirlo con chiarezza.

Giuseppe d’Ippolito