Per oltre un quarto di secolo, Monsanto ha orchestrato una delle più imponenti operazioni di manipolazione scientifica, politica e mediatica del nostro tempo. Non stiamo parlando di un semplice abuso o di qualche dato ritoccato: parliamo di un sistema globale, lucido e pianificato, che ha trasformato il glifosato nel prodotto agricolo più diffuso al mondo mentre ne occultava sistematicamente i rischi. Il Roundup è stato venduto come l’erbicida “più sicuro della storia”, e milioni di persone — agricoltori, consumatori, decisori politici — ci hanno creduto. Perché? Perché dietro quella narrazione c’era una macchina perfetta: studi scientifici ghostwritten e spacciati per indipendenti, pressioni sugli scienziati critici, contatti privilegiati con regolatori e governi, campagne mediatiche costruite per screditare chiunque osasse sollevare dubbi. Il ritiro, nel 2025, dello studio pubblicato nel 2000 sulla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology — per anni usato come scudo “scientifico” dalla multinazionale — non è solo la correzione tardiva di un errore accademico. È l’ammissione implicita che uno dei pilastri su cui Monsanto ha fondato la propria difesa era marcio fin dall’inizio. È il simbolo del crollo di un castello di menzogne che ha influenzato politiche agricole, valutazioni regolatorie e sentenze giudiziarie in tutto il mondo. Questa storia non è solo la storia di un pesticida. È la storia di come un colosso industriale possa dettare l’agenda scientifica, imporre una narrazione tossica come verità, e modellare per decenni le decisioni pubbliche e private. È la storia di come la scienza, quando viene comprata e manipolata, smette di essere scienza e diventa propaganda. Ed è, soprattutto, la storia di un inganno che oggi — finalmente — viene alla luce con tutta la sua portata.
 

 Per oltre due decenni, la Monsanto ha venduto al mondo un messaggio semplice e rassicurante: il Roundup e il suo principio attivo, il glifosato, non fanno male. “Nessun rischio di cancro”, ripetevano, brandendo studi pseudoscientifici costruiti su misura. Dietro quella narrativa patinata c’era un meccanismo perfetto: ghostwriting, intimidazioni, pressioni politiche e un sistema di relazioni costruito per far sembrare sicuro ciò che non lo era affatto. Ora quel sistema si sta sgretolando.

IL CROLLO DEL PILASTRO SCIENTIFICO
Il simbolo di questo crollo è lo studio pubblicato nel 2000 su Regulatory Toxicology and Pharmacology: per anni la “bibbia scientifica” utile a sostenere che il glifosato fosse innocuo. Il il 28 novembre scorso la stessa rivista lo ha formalmente e pubblicamente ritirato, dichiarando compromessi dati e conclusioni. Un monumento alle manipolazioni aziendali che, per un quarto di secolo, ha fornito protezione giudiziaria e regolatoria alla multinazionale. Un documento interno della Monsanto del 1999 lo diceva senza giri di parole: “Dobbiamo proteggere la narrativa del glifosato a ogni costo. Anche se la scienza non è dalla nostra parte.”
La vicenda sottolinea la vulnerabilità del sistema scientifico quando conflitti di interesse e finanziamenti aziendali influenzano la ricerca. Per l’opinione pubblica, il ritiro di un articolo chiave dopo 25 anni può aumentare la sfiducia nei confronti delle industrie chimiche e dei processi regolatori, accentuando la percezione di un “greenwashing scientifico”.
L’articolo del 2000 era spesso citato come prova principale della sicurezza del glifosato, influenzando policy e opinione pubblica per decenni. Il suo ritiro segna una revisione retrospettiva della letteratura scientifica e dei rischi a lungo termine dell’erbicida. Evidenzia come la scienza non sia statica: anche studi molto citati possono essere invalidati se emergono nuove prove o evidenze di cattiva condotta.

LA MACCHINA DELLA MANIPOLAZIONE SCIENTIFICA
Il caso Monsanto è un manuale di strategia tossica, basta vedere come ha proceduto in questi anni passati. Numerosi articoli ghostwritten da consulenti aziendali, poi firmati da ricercatori “indipendenti” fondati su una selezione dei dati favorevoli e cestinamento di quelli che mostravano problemi. La strategia ha poi previsto minacce, processi e campagne diffamatorie contro gli scienziati che pubblicavano evidenze critiche accompagnate da un lobbying aggressivo presso agenzie regolatorie e governi.
In una parola: non è scienza: è marketing travestito. È l’illusione della neutralità scientifica usata come arma.

TRIBUNALI USA: LA RESA DEI CONTI
Negli Stati Uniti, le sentenze sono state chiare: Monsanto ha ingannato il pubblico. Migliaia di agricoltori e cittadini hanno denunciato l’azienda per aver nascosto il legame tra glifosato e linfoma non-Hodgkin. Molti tribunali hanno condannato l’azienda a risarcimenti miliardari, parlando apertamente di condotta “maliziosa” e “ingannevole”. Il ritiro dello studio del 2000 ha tolto anche uno degli ultimi scudi difensivi.

IL GLIFOSATO IN UNIONE EUROPEA: UN’AUTORIZZAZIONE POLITICA, NON SCIENTIFICA
Nel 2023 la Commissione Europea ha rinnovato per altri dieci anni l’autorizzazione al glifosato, fino al 2033. Una decisione che ha ignorato divisioni interne, astensioni e voti contrari di vari Stati membri. Nonostante le controversie scientifiche e i rischi riconosciuti da numerosi studi indipendenti, Bruxelles ha scelto la continuità.
Certo, ci sono restrizioni: non è più consentito l’uso come essiccante prima della raccolta; gli Stati possono imporre limiti più severi; ECHA ed EFSA continuano a “monitorare”. Ma il dato politico resta: mentre emergono prove di manipolazioni scientifiche e conflitti di interesse, l’UE ha preferito non aprire un fronte con l’agroindustria.
Il risultato? Un continente spaccato: alcuni Paesi stringono le maglie, altri lasciano correre. E il glifosato resta pienamente autorizzato in un mercato agricolo che muove miliardi.

IL GLIFOSATO IN ITALIA: RESTRIZIONI, DIVIETI PARZIALI E UN LIMBO NORMATIVO
In Italia, il glifosato non è vietato, ma il suo uso è più limitato rispetto al passato. È proibito in parchi, aree frequentate dalla popolazione, giardini pubblici e zone sensibili, e — come in UE — è vietato come essiccante in pre-raccolta. L’Italia ha scelto un approccio più prudente rispetto ad altri Paesi europei, ma senza compiere il passo decisivo del bando totale.
L’erbicida continua a essere ampiamente usato in agricoltura, soprattutto nelle grandi colture cerealicole e frutticole. Eppure, alla luce delle rivelazioni sulle manipolazioni di Monsanto, cresce la pressione da parte di associazioni agricole, ambientaliste e scientifiche per uscire dall’ambiguità: o si applica un principio di precauzione serio, o si continua a far dipendere la salute dei cittadini da studi finanziati dall’industria.
Tuttavia, l’assenza di un divieto totale significa che l’erbicida continua a essere usato in agricoltura, in aree rurali e in contesti autorizzati. Considerando quanto emerso — da conflitti di interesse alla manipolazione scientifica — molti ritengono che anche le restrizioni oggi in vigore siano insufficienti e chiedono un bando completo, per tutelare salute, biodiversità e ambiente.

DAL GLIFOSATO AL CLIMA: LA STESSA MACCHINA DELLA DISINFORMAZIONE
La storia della manipolazione scientifica sul glifosato non è un caso isolato: è un modello. Lo schema è identico a quello che, per decenni, ha rallentato il riconoscimento dei cambiamenti climatici come minaccia esistenziale. Le stesse strategie che Monsanto ha perfezionato — ghostwriting, intimidazione degli scienziati, finanziamento di studi costruiti per negare l’evidenza, infiltrazione nelle agenzie regolatorie, campagne mediatiche per seminare dubbio — sono state utilizzate dall’industria dei combustibili fossili per screditare la scienza del clima.
La logica è sempre la stessa: se non puoi dimostrare che il prodotto è sicuro, dimostra almeno che la scienza non è certa. Creare confusione, insinuare sospetto, trasformare un consenso scientifico del 97 per cento in un dibattito del 50 e 50.
L’obiettivo è identico: ritardare regolazioni, rallentare la transizione ecologica, proteggere un modello di profitto a discapito della salute pubblica e del pianeta. Ed è questo parallelo che dovrebbe farci riflettere: se una multinazionale è riuscita a manipolare per venticinque anni la verità sull’erbicida più venduto al mondo, quanto più facile è distorcere la percezione di un fenomeno globale e complesso come il riscaldamento climatico?

REGOLATORI E GOVERNI: COMPLICI INVOLONTARI?
L’aspetto più inquietante della vicenda non riguarda solo l’azienda, ma anche i regolatori. Troppi governi e agenzie hanno accettato per anni la versione “sicuro e testato” basandosi su studi poi rivelatisi manipolati. La fiducia cieca nella documentazione fornita dalle aziende — o addirittura prodotta da loro — si è dimostrata un errore sistemico.
Anche in Europa, agenzie come l’EFSA hanno valutato il glifosato come sicuro, spesso basandosi su studi influenzati dall’industria. Il ritiro dello studio del 2000 mette in evidenza quanto i processi regolatori siano stati vulnerabili alle pressioni politiche e commerciali. La sicurezza del glifosato non è mai stata così incerta come ora, nonostante decenni di rassicurazioni.

LA LEZIONE MORALE: LA VERITÀ NON SI COMPRA
Il caso Monsanto lo dimostra: puoi comprare consulenti, studi, lobby, ma non puoi comprare per sempre la verità. Le menzogne sull’innocuità del glifosato stanno venendo alla luce una dopo l’altra. E ora la domanda non è più “Il glifosato è sicuro?”, ma “Quanto a lungo abbiamo permesso che fosse spacciato come tale?

LA LUNGA OMBRA DELL’INGANNO
La vicenda Monsanto-Glifosato è un ammonimento chiaro: quando la scienza diventa strumento di marketing, la fiducia del pubblico crolla. Le menzogne scientifiche non restano nascoste per sempre; emergono, spesso dopo decenni, lasciando dietro di sé vittime, scandali e perdite economiche. La ritirata dell’articolo del 2000 non è solo una rettifica accademica: è una resa dei conti morale.
La storia del glifosato dimostra che la scienza può essere manipolata, ma la realtà non può essere cancellata. Monsanto ha provato a vendere sicurezza e innocuità, ma la verità ha un modo tutto suo di emergere. Decenni di false rassicurazioni, studi manipolati e campagne di lobbying ora crollano sotto il peso delle prove. La lezione è chiara: nessuna azienda dovrebbe mai avere il potere di definire la scienza a proprio vantaggio, e la società deve vigilare, perché la salute pubblica non è negoziabile.
Il glifosato è diventato il simbolo di un problema più grande: il potere dell’industria di manipolare la scienza e influenzare la politica. Con il crollo dello studio del 2000, cade anche la credibilità di un intero sistema che per anni ha preferito il profitto alla precauzione.
E oggi, in Europa e in Italia, è impossibile ignorarlo: il tempo delle verità comode è finito. Ora resta solo la verità scomoda — ed è ora di guardarla in faccia.
La lezione è chiara: nessuna azienda ha il diritto di scrivere la scienza a proprio vantaggio. E chi osa farlo, prima o poi, paga il conto della verità.
Solo così sarà possibile garantire sicurezza, giustizia e fiducia nella scienza.

Giuseppe d’Ippolito