Negli ultimi anni il tennis è diventato uno dei principali palcoscenici globali non solo per lo sport, ma anche per la comunicazione politica, commerciale e ambientale. Tornei come le ATP Finals di Torino o la Coppa Davis a Bologna non sono più soltanto competizioni: sono eventi-brand, costruiti per generare immagini, narrativa, identità. E dove c’è narrativa, oggi c’è quasi sempre anche un racconto “green”. La transizione ecologica è diventata il linguaggio obbligato di ogni grande manifestazione, e il tennis non fa eccezione. Ogni organizzatore parla di neutralità climatica, di energia rinnovabile, di iniziative per il territorio. Ma dietro la comunicazione si nasconde un interrogativo cruciale: quanto di tutto ciò è reale e quanto invece è greenwashing? L’Italia si trova in una posizione peculiare in questo dibattito. Grazie ai successi di Jannik Sinner, al trionfo azzurro in Coppa Davis e alla capacità di ospitare eventi di profilo mondiale, il nostro paese vive la stagione più luminosa della sua storia tennistica. E proprio questa nuova centralità rende necessario analizzare con rigore cosa comporti organizzare tornei internazionali in termini ambientali, economici e reputazionali. Le ATP Finals 2025 di Torino, concluse con l’ennesima impresa sportiva di Sinner, sono un caso di studio perfetto: una macchina globale costruita per essere – e soprattutto apparire – sostenibile. Allo stesso tempo, l’organizzazione della Davis a Bologna offre un banco di prova complementare, meno esposto ai riflettori ma attraversato dalle stesse contraddizioni strutturali. Questa analisi non intende demolire il tennis né i successi italiani, ma al contrario restituire al pubblico una fotografia onesta: quella di uno sport meraviglioso che, come molte altre discipline globali, vive oggi una tensione interna fra la necessità di uno spettacolo itinerante e l’urgenza della transizione ecologica. Solo comprendendo questa tensione si può rispondere alla domanda centrale dell’articolo: i grandi eventi tennistici italiani sono davvero sostenibili o sono il prodotto di un sofisticato immaginario verde?

 

Le Nitto ATP Finals 2025, ospitate a Torino dal 9 al 16 novembre, sono state un gigantesco palcoscenico sportivo. Una settimana di match ad altissimo livello, chiusa dalla vittoria di Jannik Sinner in una finale emozionante contro Carlos Alcaraz. Così come la Coppa Davis a Bologna dal 18 al 23 novembre con il trionfo dei tennisti azzurri. Ma a fronte dello spettacolo sportivo, c’è un’altra storia che merita di essere raccontata: quella del rapporto tra il tennis professionistico, la sostenibilità e le celebrazioni green.
Nel sito ufficiale di Nitto (Nitto Denko Corporation è un’azienda giapponese fondata nel 1918, con sede principale a Osaka),  il title partner delle ATP Finals da cui il nome “Nitto ATP Finals”, è citato che il “Green Wall” piantato nel Fan Village è stato poi trasferito in città per contribuire alla riduzione della CO₂ e al miglioramento della qualità dell’aria.
In un comunicato stampa del Comune di Torino si è dichiarato che si sta “dedicando particolare attenzione all’attuazione di comportamenti virtuosi … per ridurre il minimo gli impatti negativi sull’ambiente … anche in termini di emissioni di CO₂”.
E Angelo Binaghi, presidente della FITP, ha detto in conferenza stampa al termine della finale di Davis a Bologna: “Siamo partiti con dati che segnano il nostro punto di partenza … ci siamo avvalsi di Boston Consulting Group per analizzare l’impatto economico e di Open Economics per la parte sociale.”
Oggi in pratica ogni grande evento sportivo si presenta come “sostenibile”. Ogni torneo parla di neutralità climatica, energia rinnovabile, compensazioni, mobilità a basso impatto. Ma quanti di questi proclami reggono davvero alla prova dei fatti? Questi due ultimi tornei sono un caso perfetto per capirlo.

L’ERA SINNER E LA VITTORIA IN COPPA DAVIS: UN LABORATORIO
CON LE STESSE CONTRADDIZIONI (E QUALCHE DIFFERENZA) MA SEMPRE UN IMPATTO ENORME

Ora c'è chi critica Jannik Sinner per essere "troppo italiano" - Tennis Open

Il tennis è uno sport elegante, pulito nell’immaginario collettivo. Ma dietro questa immagine ci sono numeri che raccontano altro.  Al centro di questo successo c’è proprio Jannik Sinner, ormai punto di riferimento internazionale e simbolo di una generazione che ha rilanciato il tennis italiano sia sul piano sportivo sia su quello mediatico. La Sinner-mania, unita all’impatto globale delle ATP Finals, ha incrementato visibilità e responsabilità: se l’Italia vuole essere credibile come nuova potenza del tennis mondiale, allora anche i grandi eventi di casa nostra devono essere all’altezza dal punto di vista ambientale.
Il successo sportivo non può coprire, né giustificare, narrazioni green superficiali.
Innanzitutto, atleti e staff viaggiano continuamente da un continente all’altro anche se la maggior parte delle emissioni di un torneo proviene dagli spostamenti del pubblico. Poi vi sono le arene indoor che richiedono energia per illuminazione e climatizzazione e lo stesso per la logistica che richiede infrastrutture, trasporti e materiali. Il tennis è quindi uno degli sport più esposti alla tentazione del greenwashing: l’impronta reale è alta, ma la narrazione tende a minimizzarla. A Torino il messaggio è stato chiaro: le ATP Finals sono un evento green. Citate, tra le iniziative più visibili: il progetto “Torino Green”; il Green Art Wall; le attività educative nel Fan Village; la raccolta differenziata e riduzione della plastica; l’incentivo ai mezzi pubblici.
Iniziative utili, sì. Ma non sufficienti. Le iniziative torinesi hanno effetti reali sul territorio. Ma incidono solo sulla superficie dell’impronta complessiva del torneo: il grosso delle emissioni resta intoccato.
Anche nella finale di Coppa Davis a Bologna la riflessione sulla sostenibilità arriva in un momento cruciale per il tennis italiano. La vittoria dell’Italia, un trionfo rinnovato e  atteso per decenni, ha ridisegnato lo status del nostro movimento a livello mondiale. La sostenibilità del tennis italiano non passa soltanto da Torino, quindi, ma anche da Bologna, che negli ultimi anni ha ospitato la fase a gironi della Coppa Davis, ed è anch’essa diventata una sede fondamentale per capire come gli eventi tennistici interpretano – o fingono di interpretare – la transizione ecologica.

Una racchetta da tennis mistica canalizza l'energia cosmica mentre le palline da tennis si trasformano in farfalle sopra un campo cristallino.
In molti aspetti, le criticità sono simili a quelle delle ATP Finals: iniziando dalla mobilità. La Unipol Arena richiama pubblico da tutta Italia e dall’estero, con prevalenza dell’auto privata e collegamenti non ottimali con il trasporto pubblico. E, poi, l’energia. Come Torino, anche Bologna fa uso di un’arena indoor energivora. Ancora, gli sponsor incoerenti con i messaggi ambientali quasi sempre discutibili e spesso veri e propri casi di greenwashing. Infine, l’assenza di report pubblici che documentino l’impatto reale della manifestazione.
Ma Bologna presenta anche differenze: un pubblico più vicino, ma più auto. Perché la Davis porta meno pubblico internazionale rispetto alle Finals, riducendo i voli a lungo raggio. Ma questa riduzione viene compensata da un aumento della mobilità su gomma, dato che la venue non è perfettamente integrata nel sistema dei trasporti pubblici. E così a Bologna c’è meno retorica, ma più opacità. Rispetto a Torino, Bologna non ha avuto la stessa pressione mediatica globale e quindi ha utilizzato una comunicazione ambientale più discreta. Meno proclami, sì, ma anche meno trasparenza: la mancanza di dati è identica.
Ciò che accomuna Torino e Bologna è però l’assenza di una strategia nazionale della Federazione Italiana Tennis sulla sostenibilità.
Senza criteri uniformi – per sponsor, trasporti, consumi, reportistica – ogni evento resta un’iniziativa isolata, esposta al rischio di greenwashing.
Il problema non è cosa si comunica, ma cosa manca. Mancano i numeri: nessun report pubblico certifica le emissioni reali dell’evento.L’Energia “100% rinnovabile”: claim o realtà? Molti eventi usano certificazioni per dichiararsi green, ma questi non garantiscono che l’energia consumata sia effettivamente rinnovabile. Compensazioni poco trasparenti:  senza informazioni su progetti, standard e verifiche, la compensazione è una promessa, non una certezza.

ATP/WTA Tennis Clothing SponsorsGLI SPONSOR: LA PARTE MENO SOSTENIBILE DELLA STORIA
L’elenco sponsor -specie a Torino- mostra una compresenza di marchi con profili molto diversi: aziende di mobilità (Emirates, Lexus), grandi multinazionali del consumo (Lavazza, Rummo), fondi/enti di investimento (PIF), e nuove entrate come Red Bull e Stella Artois. Questa eterogeneità è normale per eventi di alto profilo, ma ha implicazioni serie: quando un torneo usa la leva della “sostenibilità” per legare il proprio brand a un messaggio ambientalista, rischia di traslare parte di quella reputazione a sponsor la cui attività principale produce emissioni significative (compagnie aeree, gruppi dell’automotive, produttori di bevande con filiere complesse ecc.). La domanda critica è: tali sponsor sono coinvolti in percorsi di decarbonizzazione strutturali e verificabili o la loro presenza è solo uno strumento di immagine? Nel caso di alcuni partner (es. compagnie aeree o produttori di automobili), rimangono più di molti dubbi rilevanti sulla coerenza tra la presenza al torneo e gli impegni climatici reali.
E così il tennis è diventato una piattaforma per ripulire l’immagine di brand con un impatto ambientale elevato: è il meccanismo tipico del green sportswashing.

IL VERO NODO DELLA SOSTENIBILITÀ DEI TORNEI
La sostenibilità reale non si gioca nei Fan Village, ma nella geografia del calendario. Sono sempre troppi i voli intercontinentali ravvicinati con tornei europei e asiatici a distanza di giorni e con pochi incentivi alla mobilità ferroviaria (nonostante la sponsorizzazione di Trenitalia a Bologna). Una riforma richiederebbe coraggio e la revisione degli interessi economici dei singoli tornei.
L’edizione 2025 dell’ATP di Torino è stata segnata anche da emergenze sanitarie e sospensioni temporanee, offerte in diretta televisiva, sarà il caso di ricordare che la sostenibilità comprende anche sicurezza, salute e benessere del pubblico?
Ma come valutare se davvero un torneo è sostenibile?

Una partita di tennis notturna illuminata da luci intense, con i giocatori concentratissimi sul gioco.Una checklist minima dovrebbe iniziare dalla trasparenza dei dati e da report di sostenibilità obbligatori con la prescrizione di criteri ESG minimi. Poi bisognerebbe intervenire sulle emissioni derivanti dalla mobilità: si può farlo per gli atleti, con un calendario più razionale, ma anche per il pubblico con misure locali integrate con obiettivi strutturali. È quindi auspicabile uno standard europeo, se non globale, sugli eventi sportivi green.

IL TENNIS 2025 COME FOTOGRAFIA DI UNA TRANSIZIONE INCOMPIUTA
Le ATP Finals 2025 e la Coppa Davis mostrano un tennis che vuole sembrare sostenibile, ma non lo è ancora in modo credibile.
La vittoria di Sinner, il trionfo italiano in Coppa Davis e la crescente centralità sportiva dell’Italia, in questo e in altri sport, rendono ancora più urgente una riflessione rigorosa sulla coerenza tra narrazione e realtà.
Torino e Bologna, pur nella loro differenza, raccontano la stessa cosa: il tennis italiano è nel momento migliore della sua storia sportiva, ma è fermo dal punto di vista della sostenibilità.
Se vuole essere all’altezza del suo successo globale, non può più accontentarsi di dichiararsi verde: deve diventarlo davvero.

Giuseppe d’Ippolito